Ecco le foto inedite del black bloc Giuliani

Le immagini agli atti del processo contro i no global ritraggono il giovane sempre in prima fila negli scontri con le forze dell’ordine. Nel rapporto dei Ros conferma: &quot;Era nel giro dei duri&quot;. <a href="/a.pic1?ID=221313" target="_blank"><strong>Carlo, pacifista con il passamontagna</strong></a>

nostro inviato a Genova

Carlo Giuliani era un black bloc? L’interrogativo sorge automatico se si dà un’occhiata a un corposo rapporto del Ros e si visionano foto e filmati depositati al processo contro i no global che hanno devastato Genova. Il giovane ucciso al G8, martire no global a cui è stata dedicata un’aula del Senato, prima di morire in piazza Alimonda appare ovunque siano in corso scontri violentissimi tra le tute nere e le forze dell’ordine. È ripreso, ripetutamente, mentre lancia sassi, ribalta cassonetti, trascina le campane della raccolta differenziata per innalzare barricate. È sempre in prima fila nelle incursioni «mordi e fuggi» operate dalle componenti più dure dei manifestanti genovesi. Di Carlo Giuliani e del suo iperattivismo nei tafferugli, oltre alle carte processuali, fa cenno persino il pm Andrea Canciani nella sua terza requisitoria in aula. Ma c’è di più. Nel dossier della Sezione anticrimine dei carabinieri di Genova, curiosamente mai acquisito dall’altro pm (Zucca) che sostiene l’accusa nel processo parallelo ai vertici della polizia, non si va tanto per il sottile quando si tratta di affrontare la posizione del ragazzo ucciso mentre con un estintore si avventava verso una camionetta dei carabinieri.
A pagina 307 del documento, il Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri affronta l’argomento Giuliani e rimanda agli allegati-video che il Giornale è riuscito a visionare. «Si segnala quanto contenuto nel filmato di Luna Rossa Cinematografica in cui si nota, di spalle, Carlo Giuliani che indossa una canottiera, il passamontagna, porta al braccio destro un rotolo di nastro adesivo e ha legato in vita un indumento. L’episodio, avvenuto intorno alle ore 14.30-15.00 si riferisce alla devastazione dell’ufficio postale sito in corso Sardegna da parte di una componente delle tute nere italiane e straniere, che sosteneva da qualche ora violenti scontri con le forze dell’ordine e aveva effettuato gravissimi danneggiamenti nell’area delimitata da via Tolemaide, via Montevideo, corso Torino, piazza Tommaseo». Macchine bruciate, saccheggi di supermercati, vetrine infrante: lo stesso gruppo nel film semina terrore e devastazioni. «Da altri video si rileva come Giuliani abbia precedentemente partecipato agli scontri in via Tolemaide fronteggiando le forze dell’ordine, travisato, impugnando un bastone e scagliando pietre».
Nuove immagini, inedite rispetto a quelle di Giuliani immortalato a corso Gastaldi con un bastone e il passamontagna, con lo scotch intorno al braccio, canottiera bianca e la felpa annodata in vita, che lancia pietre e guida l’offensiva delle tute nere, immagini già pubblicate in esclusiva dal Giornale il 25 marzo 2002.
Sviscerando il contenuto di alcune intercettazioni effettuate a carico di noti personaggi della galassia anarchica, antagonista e disobbediente, il Ros torna su Giuliani a pagina 202 allorché riporta il contenuto di una intercettazione fra un certo Diego N. (già segnalato nell’indagine «Giotto» dall’Anticrimine di Bologna) e Guido Barroero, leader degli anarchici genovesi: «Carlo Giuliani era del giro dei black bloc», taglia corto il primo. E ancora. Nella sua terza requisitoria anche il pm Andrea Canciani accenna a una contiguità di Giuliani con la frangia più radicale dei manifestanti: «Alle ore 17.26 ci sono i manifestanti che spingono le campane in via Dassori e tra le persone da cui vengono spinte le campane c’è proprio Carlo Giuliani. Non interessa al pubblico ministero sottolineare questo coinvolgimento in certi comportamenti, ma ci interessa sottolineare come le campane vengano portate in corso Gastaldi e fatte rotolare contro le forze dell’ordine (…). Ci sono immagini che mostrano come la collocazione di queste campane all’incrocio tra via Caffa e via Tolemaide avviene prima dei fatti di piazza Alimonda, cioè durante un’offensiva dei manifestanti contro le forze dell’ordine».
Se si ha la pazienza di leggerlo tutto, il rapporto dei carabinieri, alla voce «Giuliani» spunta anche la zia, Maria Elena Angeloni. Un nome noto del terrorismo rosso prima maniera. La signora Angeloni era infatti considerata molto vicina a Corrado Simioni, tra i fondatori del centro studi parigino Hyperion, considerato la culla delle Brigate rosse. E proprio da un dissidio fra Simioni e il leader delle Br, Renato Curcio (che convinse la compagna Mara Cagol a non partecipare a un attentato all’ambasciata Usa ad Atene) nacque l’idea di incaricare la Angeloni per imbottire di esplosivo Ammon l’autobomba da parcheggiare sotto la sede diplomatica. Il congegno a tempo, però, venne azionato maldestramente. La donna saltò in aria come l’editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli. Alle ore 15.55 del 2 settembre 1970 Maria Elena se ne andò all’altro mondo insieme allo studente turco-cipriota Kostas Tsicuris: la Volkswagen si disintegrò al punto che la targa S022325 venne ritrovata ottocento metri più giù. Ventisette anni dopo, quella dimenticata parabola torna d’attualità. Se non era per il nipote, nessuno si sarebbe più ricordato della zia.