Ecco i nomadi che girano con la Ferrari

Viaggio negli affari del clan dei Casamonica: non hanno reddito ma grazie a usura, spaccio e riciclaggio possiedono ville con piscina, cavalli e auto di lusso. <strong><a href="/a.pic1?ID=262078">Integrazione, sogno svanito</a></strong>. Le spese dei Comuni: ogni anno <strong><a href="/a.pic1?ID=262084">100 milioni regalati ai rom</a></strong>. Case e aiuti a chi è in regola: così ha vinto il <strong><a href="/a.pic1?ID=262079">modello Verona</a></strong>

Gian Marco Chiocci - Luca Rocca

Usura, soprattutto. Ma anche spaccio di droga, truffa, estorsione, riciclaggio. Così si presenta la parte meno nobile della famiglia Casamonica, clan di 350 nomadi sinti radicato nella Capitale, censito recentemente anche da una relazione della commissione parlamentare Antimafia. Secondo l’analisi della Dia, i «rom de Roma» dall’imponente potere economico, vivono in abitazioni lussuose, si spostano in auto di grossa cilindrata, hanno consistenti conti correnti, e soprattutto investono ogni provento illecito nel settore immobiliare. Negli ultimi maxi-sequestri, nonostante le dichiarazioni dei redditi dei Casamonica sfiorino la soglia di povertà, la Dia ha messo i sigilli a beni per un valore di oltre 85milioni di euro, ha confiscato terreni edificabili, ville con palme e piscine, stabili sul golfo degli Aranci, 33 cavalli da corsa, oltre 200 conti correnti e 75 autovetture di lusso, tra cui Ferrari, Rolls Royce, Bentley, decine di Bmw e Mercedes. Ad uno dei patriarchi rom, la struttura investigativa antimafia ha poi requisito una villa in costruzione di venti stanze (1500 metri quadrati) «difesa» da microcamere che rimandavano le immagini su schermi al plasma piazzati in cucina, in camera da letto, nella toilette. Va anche detto, però, che a forza di ricorsi e controricorsi, molti dei beni sequestrati in corso d’opera sono tornati nella disponibilità dei titolari.

Seguendo i flussi finanziari della holding criminale, la Dia è finita nel Principato di Monaco dove ha individuato una società sospetta (ritenuta la «cassaforte» del clan) terminale dei milioni di euro frutto di attività riconducibili al narcotraffico. L’ultimo assalto alla Famiglia l’ha portato il 10 aprile scorso la Dda di Roma arrestando quattro componenti dell’organizzazione sulla scia di un’analoga inchiesta della procura di Viterbo. All’origine degli accertamenti, la denuncia di un imprenditore ripetutamente minacciato di morte («o paghi, o la tua vita finisce qui») per un prestito di 40mila euro lievitato in pochi mesi, con interessi stellari, a 200mila euro. Negli elaborati della Dia e dell’«Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza del Lazio», i nullatenenti Casamonica si dividono il mercato regionale del crimine con i referenti in loco di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra.

Il territorio di riferimento della famiglia spazia dai quartieri Appio-Tuscolano all’Anagnina, da Tor Bella Monaca fino all’alta Ciociaria. Spulciando nelle informative si scopre inoltre che la dinastia dei Casamonica inizia a darsi da fare col commercio dei cavalli ma in breve il salto di qualità è tale da far rabbrividire gli investigatori più scettici. I milioni di lire diventano miliardi, le cifre di oggi sono da capogiro. Alle cronache i Casamonica si affacciano negli anni Ottanta quando sei componenti della famiglia finiscono dentro per aver taglieggiato un commercialista. Successivamente vengono tirati in ballo per il sequestro della moglie di un ingegnere elettronico avvenuto a Marino, ai Castelli romani.

Ma il primo, durissimo, colpo, il clan lo incassa nei primi anni Novanta col sequestro di un gigantesco parco-auto con vetture di prestigio avendo messo le mani, prima degli altri, sul mercato delle «importazioni parallele» e il business sull’Iva non pagata. A ruota seguono una serie di misure di prevenzione; nel 1995 per un miliardo di lire (certificati di deposito e gioielli) e nel 1996 per oltre cinque miliardi (frutto di estorsioni e truffe col bancomat). La pressione degli organi investigativi si fa più incalzante nel 1998 quando la Sezione Narcotici diretta dal mitico Francesco Di Maio irrompe nel residence di Casal Morena, arredato pacchianamente come le ville dei Soprano, per arrestare il ricercatissimo Giuseppe nascosto in garage tra due Ferrari.

Il gioco a guardie e ladri non si ferma praticamente mai. Ogni anno qualcuno del clan fa parlare di sé, anche solo se si tratta di picchiare i vigili urbani per evitare l’abbattimento di ville abusive al rione Osteria del Curato. Si parla molto dei Casamonica quando l’Interpol rintraccia Raffaele Purpo, detto «il mafia», considerato il collettore del narcotraffico per i nomadi romani. Quando Guerino finisce in manette mentre chiede il pizzo alla responsabile dello spettacolo estivo «Dietro le mura». Quando Raffaele, latitante per reati d’usura, viene arrestato a Praga dove s’era rifugiato insieme ai figli sottratti alla madre. O quando l’ultimo della serie, Claudio, a febbraio è costretto a ridimensionare le mire espanionistiche della famiglia nella Tuscia: i carabinieri lo braccano e lo intercettano per mesi. In conferenza stampa diranno: «Era un capoclan». L’ennesimo.