Ecco perché Bush non ha venduto nulla

Azioni, immobili, perfino un iPod e una mountain bike. Si trova tutto - e di tutto - nei Disclosure form (atti di pubblicizzazione) compilati per il 2006 dal presidente americano George W. Bush e dalla moglie Laura in ossequio all’Ethics in Government Act che dal 1978 richiede agli inquilini della Casa Bianca, ma anche ai membri dell’esecutivo e a tutte le cariche pubbliche dipendenti da una nomina del Senato (giudici e alti gradi militari compresi), di rendere noti i propri averi, nonché quelli dei rispettivi coniugi e figli. Ma i gradi di parentela, tanto per la precisione, si esauriscono qui, senza coinvolgerne altri.
Titoli e terreni. Dalle cifre emerge anzitutto la differente attitudine all’investimento tra i due uomini al vertice della più grande potenza mondiale. Da buon texano, legato alla terra, Bush risulta più concentrato sugli immobili. Insieme alla First lady denuncia un patrimonio complessivo per il 2006 di 20,9 milioni di dollari (400mila dollari è lo stipendio da presidente). Decisamente più orientato sui titoli azionari, coerente con il passato di top manager e consigliere di colossi industriali e finanziari, è invece Dick Cheney. Che risulta anche molto più ricco del capo, con un patrimonio di 94,6 milioni.
Sviste italiane. Prima però di scendere nei dettagli, è bene fare chiarezza su alcuni punti qualificanti che regolano Oltreoceano il conflitto di interessi. Perché tanto, ma spesso in modo errato (o solo interessato), si dice e si scrive in Italia. E perché quanto emerge dalle norme americane rende semplicemente risibili certe affermazioni e soprattutto un progetto di legge palesemente «sartoriale», ad personam (tanto varrebbe aggiungere che per avere il diritto di voto passivo non ti puoi chiamare Silvio) come quello dell’attuale governo italiano, che vorrebbe porre un limite alla ricchezza personale per potersi candidare. na proposta del genere, in America, sarebbe giudicata in quest’ordine: a) incostituzionale in quanto discriminatoria; b) incomprensibile in un Paese dove a fronte di profonde differenze non esiste l’invidia sociale e dove invece la ricchezza è metro oggettivo di successo, suscitando ammirazione e fiducia (chi avrebbe mai nominato, in caso contrario, un Rockefeller alla vicepresidenza o un Kennedy alla presidenza, o chi avrebbe mai votato un Ross Perot o un John Kerry, tutti ricchi oltre l’immaginabile?); c) una sesquipedale idiozia (se la ricchezza è una colpa, la miseria diventa forse per questo automaticamente un merito?).
Trasparenza. Ma vediamo i punti qualificanti della legge americana. Il Disclosure form, in base a quanto afferma nel suo Order Code RS21656 del 23 settembre 2005 una fonte autorevole come il Congressional Research Service, è «il principale metodo per regolare il conflitto di interessi». Si tratta in buona sostanza di un atto di trasparenza in cui vengono elencate le partecipazioni azionarie e i correlati guadagni da dividendi, oltre a interessi, affitti, proprietà immobiliari e tutti gli altri asset compresi in nove fasce di valore, da meno di 1.000 dollari fino a oltre 5 milioni. Ed è altresì obbligatorio elencare i doni ricevuti in patria o in missioni all’estero che superino complessivamente i 350 dollari annui. Doni il cui elenco è ottenibile come ogni documento riguardante la vita pubblica da parte di qualsiasi cittadino in base al Freedom of Information Act.
Prassi, non obbligo. Contrariamente a quanto si vocifera e favoleggia in Italia, negli Usa non esiste invece nessuna legge federale che preveda l’obbligo, per i pubblici ufficiali, di conferire i propri beni in un blind trust (fondo cieco). Questa è diventata piuttosto una prassi (in base a quell’Ethics in Government Act del ’78, nato dopo la figuraccia del caso Watergate) per evitare l’insorgere di conflitti d’interesse nell’esercizio della propria funzione. Una semplice prassi, quindi (i coniugi Clinton la adottarono per esempio soltanto un anno dopo il loro insediamento al 1600 di Pennsylvania Avenue) in base alla quale gli inquilini della Casa Bianca affidano a un professionista autonomo o a una società specializzata (il nome lo sceglie però lo stesso interessato, previa la necessaria approvazione da parte dell’Office of Government Ethics) la gestione di quei beni suoi, della moglie e dei figli che potrebbero ingenerare conflitti. Conferendo anche l’incondizionato diritto a vendere o acquistare in suo nome. Per la storia, e per restare in famiglia, il papà di Bush, presidente dal 1988 al ’92, «grazie» a questa prassi ci rimise parecchio. Più che cieco, il suo fondo si rivelò un po' strabico.
Mi chiamo fuori. Oltre all’obbligo di presentare il Disclosure form e alla prassi (ripetiamo, la prassi) di affidarsi a un blind trust, il terzo e ultimo strumento previsto negli Usa per evitare conflitti di interesse è la Disqualification: i membri dell’esecutivo che si dovessero trovare in conflitto d’interesse (così come le loro mogli, figli e correlate attività economiche personali) con quanto stanno per votare, sono tenuti ad auto-ricusarsi, a chiamarsi fuori dalla discussione o dal voto. Fino ad arrivare, ma soltanto come extrema ratio, all’obbligo di alienazione di ciò che è causa di imbarazzo. Obblighi che però non riguardano, va precisato, né il presidente né il suo vice.
Porte girevoli. La legge è altresì più severa nel porre limiti ai politici una volta terminato il mandato. Questo per evitare la possibilità di sfruttare ai fini di un arricchimento personale contatti e relazioni intessute quando erano al governo, ma con il vantaggio di non avere più addosso gli occhi dell’opinione pubblica e del «cane da guardia» della stampa. Questo limbo dura due anni e tende quantomeno a ridurre o a posticipare il cosiddetto effetto revolving door, ovvero della porta girevole, in base al quale si potrebbe uscire dalle stanze del potere per rientrarvi all’indomani come lobbisti profumatamente retribuiti dai più diversi gruppi di interesse.
Doppia coppia. Ma torniamo alle due coppie, i Bush e i Cheney, e ai rispettivi asset. Nel loro patrimonio da 20,9 milioni di dollari, presidente e First Lady elencano il ranch texano di 1.583 acri, valutabile da 1 a 5 milioni di dollari (la legge Usa richiede l’indicazione di una forbice di valori, non di un valore assoluto, il che rende impossibile verificare da un anno all’altro l’incremento o la diminuzione degli asset stessi); un patriottico pacchetto di titoli del Tesoro che sfiora i 4 milioni; 945mila dollari in certificati di deposito; una tenuta boschiva che non potrà dare frutti prima della fine di quest’anno, ma valutata 700mila dollari; 153mila dollari in conti correnti; diritti minerari per 15mila dollari su un’altra proprietà texana, nella contea di Reeves; altrettanto in depositi su un fondo sanitario della società Aetna; e infine l’indicazione di partecipazioni azionarie «per almeno» 1 milione di dollari affidate a un blind trust. Dentro il quale è ovviamente impossibile guardare. Tra i regali ricevuti ed elencati - tanto per curiosare - spiccano una mountain bike da 5.474 dollari, dono dell’industriale delle due ruote John Burke (presidente della Bicycle Corp di Waterloo, Wisconsin) oltre a un iPod e a un libro sulla Bibbia ricevuti dal cantante Bono, leader degli U2 (per complessivi 400 dollari).
Quanto a Cheney, le maggiori voci nel patrimonio del vicepresidente e signora sono le partecipazioni in due mutual fund, l’American Century Investments International Bond e il Vanguard Group’s Short Term Tax-Exempt Fund Admiral Shares, valutate ciascuna in una forbice tra 5 e 25 milioni di dollari (vale la stessa precisazione fatta in precedenza). Completano il quadro 2,5 milioni in un fondo pensione, 1,3 milioni su conti correnti e una proprietà ancora non edificata nell’elegante sobborgo washingtoniano di McLean, nello Stato della Virginia, oscillante tra 1 e 5 milioni. Buio fitto, ovviamente, su chi amministra il blind trust in cui Cheney ha conferito il resto dei suoi averi. Tra i quali dovrebbe spiccare un ricco pacchetto azionario acquistato dopo la vendita di 433.333 stock option del colosso petrolifero Hulliburton, di cui lui era stato il numero uno prima di dimettersi nel luglio del 2000 alla vigilia di affiancare Bush nel ticket per la Casa Bianca. Si dice che dalla sola vendita di quei titoli Cheney avesse ricavato un plusvalore di 18 milioni di dollari. Quanto a sua moglie, Lynne, lavora ben retribuita in un think tank di Washington, oltre a fare parte di vari consigli di amministrazione, dall’American Express al Reader’s Digest. E nessuno si scandalizza. Perché in fondo i soldi, negli Stati Uniti, se fatti in modo lecito sono un dono di Dio. Che non a caso - «In God we trust» - è finito stampato perfino sui dollari.
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