Ecco perché era follia negare il funerale a Cal ucciso dalla vergogna

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Politici e gente comune ieri all’ultimo saluto al vicepresidente del San Raffaele e braccio destro di don Verzé morto suicida
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La decisione di onorare Mario Cal, morto suicida, con i funerali religiosi non deve essere letta alla luce di un facile pietismo o di altri buoni sentimenti che nulla ci costano, ma soltanto alla luce della dottrina della Chiesa, che in realtà quasi più nessuno conosce.
Mi permetto perciò di tediare il lettore con un utile riepilogo della questione, prima di trarre la mia personale conseguenza.
Il Catechismo dedica al tema del suicidio quattro piccoli ma densi paragrafi, in ciascuno dei quali sono presenti affermazioni importanti, che vanno però tenute insieme se si vuole conoscere l'esatto pensiero della Chiesa in proposito.
I primi due sono i meno ignoti. Il primo ci ricorda che la vita non ci appartiene: «Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato». Si può non concordare, ma il pensiero cristiano sulla vita umana è questo. Oggi quasi nessuno concorda, nel senso che quasi nessuno si domanda perché la Chiesa dica queste cose e da quale esperienza umana esse nascano.
Il secondo paragrafo è quello che riguarda il suicidio come peccato grave, contrario al giusto amore di sé a all'amore del prossimo in quanto «spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana». E conclude: «Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente».
Ci sono però altri due paragrafi, molto drammatici. Il terzo riguarda le aggravanti e le attenuanti. Il suicidio consumato allo scopo di dare scandalo si carica di un ulteriore peccato, mentre - ed è quello che c'interessa - «gravi disturbi psichici, l'angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida».

Nel quarto si dice che il suicida non è escluso dalla salvezza eterna, perché Dio, «attraverso le vie che egli solo conosce», può preparargli l'occasione di un «salutare pentimento». Le ultime parole della Chiesa su questo tema sono perciò le seguenti: «La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita».
Queste mi sembrano le parole più importanti, perché definiscono compiutamente il senso di quelle che le hanno precedute. La Chiesa non è chiamata a gestire Dio, ma a servirLo, perciò è giusto che si dichiari a proposito del peccato e di ciò che può escludere l'uomo dal cammino della salvezza, ma non può stabilire chi si salverà e chi no. Il giudizio più profondo sul tema del suicidio non può essere perciò una condanna, bensì una preghiera.

Ecco perché non trovo irragionevole che un grande amico di Mario Cal, don Luigi Verzé, abbia voluto operare questo che, a ben vedere, non è uno strappo dalla tradizione della Chiesa, ma soltanto una profonda, addolorata implorazione mista alla certezza che, un giorno, Mario Cal potrà essere nuovamente abbracciato da chi gli ha voluto bene.

Il mio lavoro di scrittore non mi chiede di questionare sulla possibile salvezza di Cal o sull'opportunità che i funerali fossero celebrati in questo modo, ma solo di immedesimarmi con le passioni e gli stati d'animo che hanno prodotto quell'istante di debolezza infinita, nel quale Mario Cal ha premuto il grilletto.
Si dovrebbe cominciare parlando della cattiveria della gente, della nostra attitudine a saltare addosso come iene alla preda di turno, guardando alle sue colpe (vere ma spesso solo presunte) e non a quello che di buono ha fatto.
La costruzione dell'ospedale S. Raffaele ha significato una rivoluzione nella sanità italiana, che si è vista costretta a rivedere i propri parametri di qualità del servizio. Ma noi sappiamo bene che la medicina non è solo cura, ma anche potere: un potere immenso, all'interno del quale si stabiliscono alleanze e si consumano vendette.

Non credo che Cal avesse paura del carcere. Ma il discredito, l'ingiusta vergogna, il trionfo di chi forse non merita di trionfare, il veder andare in fumo il lavoro di una vita possono aver generato in lui una debolezza che, nel momento supremo, si è trasformata in atto disperato. Quello che c'è da domandarsi è cosa resti di un uomo, della sua lucidità, della sua libertà, del suo amore per sé stesso e per la vita in quel momento.
Affinché vi sia peccato è necessaria, dice il Cristianesimo, la libera determinazione ad offendere Dio. Io non credo che siano molti coloro che si tolgono la vita in questo modo. E' vero, dicono che Cal aveva parlato già di suicidio, ma gli istanti di un uomo disperato non si susseguono lineari e conseguenti, e il momento - «il» momento - arriva sempre da solo.

Che la pietà, perciò, e la preghiera prevalgano. L'infinito scrive il poeta Davide Rondoni non si nega nemmeno ai cani. Ed è giusto che la Chiesa saluti quest'uomo non con una condanna, ma con un abbraccio.