Ecco perché mi dimetto dalla Rai

Caro Direttore,
ci sono - almeno per quel che mi riguarda – ragioni un poco più «nobili» di una buonuscita (peraltro contenuta) alla base della mia decisione annunciata da Maurizio Caverzan ieri su Il Giornale di andarmene dalla Rai. Soprattutto il fatto che non ne posso più dell’assenza di professionalità e della mancanza di criteri professionali, di rispetto, di competenze, di uomini giusti al posto giusto. In parole povere, dopo quattro anni di Confronti dal 3 marzo prossimo il direttore di Raidue avrebbe voluto spostare il programma dal venerdì alle 23 al lunedì alle 0,40, con durata ridotta della metà. Il tutto per far posto a un programma «molto protetto» politicamente e la cui curatrice sarebbe stata disponibile anche ad andare in onda il sabato.
Ho chiesto a Marano le ragioni vere della mia penalizzazione: nessuna risposta e rifiuto di incontrarmi a tu per tu. La verità? Il programma che ho inventato e di cui sono autore (titolo e format sono depositati alla Siae a mio nome) ha avuto i seguenti difetti: costava poco, meno di ottomila euro a puntata), faceva buoni ascolti (una media di un milione di ascoltatori, pur non avendo alcun traino, contando su un solo promo alla settimana e schiacciato da colossi come Zelig e Il Treno dei desideri), in 120 puntate con quasi 200 ospiti, specie politici, non ha mai creato incidenti e si è mostrato molto equilibrato. Il ministro Gentiloni e l’on. Landolfi lo hanno definito «un autentico esempio di servizio pubblico».
Evidentemente il loro giudizio a Raidue non basta. Visto che la nuova collocazione oraria avrebbe ucciso il mio programma (e anche la mia coerenza professionale) ho preferito togliermi dalla linea di tiro e riacquistare dignità, salute, libertà. La «lezione» però mi è servita e contribuisce ad accrescere le mie esperienze, anche perché ho visto tante cose e letto tante carte che sarebbe un peccato tenerle solo per me. Un consiglio a chi dovesse vivere la mia situazione: mai spendere così poco denaro per un programma di un’ora (altrimenti facendo i confronti sui costi qualcuno potrebbe insospettirsi…), mai seguire i doveri di un giornalista che lavora per il servizio pubblico, mai fare una produzione tutta interna Rai. Se avessi «venduto» il format a una società esterna, stai tranquillo che ci avrebbero pensato loro a difendermi. Ma soprattutto, dato che non ho alcuna protezione politica e dato che non ci sono criteri professionali, per difendermi dall’«esecuzione» avrei dovuto fare il giro delle Sette Chiese alla ricerca di qualche partito che mi protegga e tuteli. Ma in questo modo avrei perso una parte della mia libertà e credibilità e sarei stato debitore a qualcuno di qualcosa. Il Presidente Berlusconi aveva perfettamente ragione quando ha sintetizzato con rara efficacia i due requisiti-base per fare carriera in Rai. La cosa incredibile è che vale anche nella cosiddetta rete «controllata» dal centrodestra.
Non mi interessa restare lì a scaldare una sedia, senza meritarmi lo stipendio, per altri otto anni. Anche perché il capostruttura della rete non me l’hanno mai fatto fare, a parte due indimenticabili mesi… Ho ancora tante cose da fare e di esperienze lavorative da vivere. Meglio rinunciare.
Gigi Moncalvo
*ex Capo Struttura
di Raidue