«Ecco perché mi vanto d’essere intollerante»

Egregio Direttore, alcune lettere pubblicate il 25 maggio, sono la dimostrazione di ciò che ho affermato; la confusione di taluni ambienti di destra, che si caratterizza con l’aver assorbito ed adottato, usando un certo linguaggio, talune idee della sinistra.
L’uso inconsapevole di alcune parole, porta inevitabilmente a veicolare alcune idee: è un processo psicologico ben conosciuto dai maestri della propaganda, che si chiama «trasbordo ideologico inavvertito». Il trucco, abilmente sperimentato, prima della rivoluzione francese, consiste nel far circolare alcune «parole-talismano», il cui significato è fumoso, indeterminato, adatto perciò ad ogni interpretazione; la fumosità dei termini è la condizione ideale per infilarci dentro di tutto, far circolare ed accettare ogni sciocchezza, persino la «bontà» del crimine. Con questo sistema succede che, nel giro di qualche tempo, i vizi diventano virtù, e la rettitudine è considerata un vizio. Una di queste «parole talismano» è il termine «tolleranza», un tempo riferita unicamente agli edifici nei quali si praticava la prostituzione. In Italia, di «tolleranza», stiamo letteralmente morendo; si tollera la droga, la delinquenza, le tangenti, il malcostume, la maleducazione, il turpiloquio, l’invasione extracomunitaria, la propaganda al terrorismo islamico. Se qualcuno tenta di opporsi, è bollato con il marchio d’infamia dell’«intollerante». Purtroppo nella battaglia a questa cosiddetta «intolleranza», il Parlamento europeo, sotto la stimolo delle sinistre, vi ha costruito sopra una legislazione di stampo giacobino.
Chi sta sguazzando e gioisce di questo trionfo della «tolleranza»? Solo i gonzi non l’hanno capito: la sinistra. Dirò subito, a scanso di ferire la sensibilità delle persone che «bevono» tutto il giorno la televisione, che il «tollerare» è sempre riferito a qualcosa di male, che non è un valore, ma un disvalore.
Infatti, il semplice buon senso comprende, ed i trattati di diritto confermano, perché del termine «tollerare», danno questa giusta ed impeccabile definizione: «subire qualcosa di spiacevole»; tollerare, infatti, deriva da «tolerare» cioè sopportare. Ora, un’abile operazione di manipolazione, ha trasformato, il «dover subire cose spiacevoli» come uno stato ordinario, una cosa giusta e buona; persino talune persone di «destra», (e anche di chiesa), si prosternano di fronte a questo nuovo idolo.
Ora si accusa la Chiesa ed i cattolici d’intolleranza per aver criticato (nemmeno senza troppa energia) il film «Il Codice da Vinci»… e, infatti, si vede la «grande intolleranza» del cardinale Bertone nei confronti di Don Gallo, e di altri trozkisti di sacrestia! Magari gli uomini di Chiesa avessero usato un po’ d’energia, e un po’ d’autorità, nell’impedire la devastazione della Dottrina, della morale, della Liturgia, da parte di certi preti!
Mi permetto rispondere cortesemente al signor Zito; crede Egli davvero che le persone non siano disposte a rinunziare alle proprie convinzioni, per aver visto un film? Non si rende conto che sono proprio i «media» che determinano le convinzioni? L’ardua fatica di leggere e di pensare è riserbata a pochissimi individui; di mattino, sugli autobus, al bar, in ufficio, le persone ripetono come pappagalli, gli argomenti ascoltati la sera prima dal televisore, od al cinema, e il signor Zito sa bene in che mani sono le TV, e le case cinematografiche. Questo è il campionario umano che oggi si presenta, per questo una vera battaglia culturale, è più che mai indispensabile, per evitare che i buoni, inavvertitamente, si facciano portatori dei disegni progettati dai loro avversari.