Ecco perché sono d’accordo con Fioroni

Per colpa di materie come la matematica, la fisica, la chimica, passavo un’estate sì e un’estate no sui libri di scuola, perché poi, ad ottobre, dovevo sostenere gli esami di riparazione, e gli esami di riparazione non erano una pazzièlla (una cosa da nulla) ma esami veri e propri. Tanto veri che in seconda media fui bocciato.
Il fatto di trascorrere luglio ed agosto cercando di risolvere un’equazione, disegnare un’immagine prospettica di un tetraedro (è una parola...!), sviluppare una formula chimica eccetera, non era un grosso problema, perché noi la villeggiatura non la facevamo. La nostra villeggiatura era andare in piazza Cavour a vedere le paparèlle (anatre) nuotare nella vasca del Tritone, mangiare una fetta di anguria ghiacciata, e soffiarci fuori al balcone con un cartone.
Ma come faranno i giovani d'oggi a rinunciare alle Maldive, la Scozia, la Terra del Fuoco? Cioè come faranno i figli di papà che fino a ieri sono andati a scuola convinti d'essere promossi, asini o geni compresi che fossero?
Rimandato a settembre. Erano secoli che non si sentiva più questa espressione. Col '68 sembrava che tutto fosse avviato per il meglio, che la pacchia dovesse durare in eterno. E invece ecco che quando meno te lo aspetti (e da chi meno te lo aspetti)...
Rimandato a settembre. Che tragedia greca. Una tortura per migliaia di studenti col 6 politico già in tasca (sul registro), ancor prima dell'interrogazione. Poveri ragazzi. Gli altri compagni di classe, i promossi, andranno in giro per l'Europa, e loro, i rimandati, chini sui libri a ripassare Pirandello (a sua volta rimandato in aritmetica), le crociate, i rapporti e le proporzioni in matematica. Come dovranno soffrire, tenere creature, in quei caldi giorni d'agosto, chiusi dentro casa con le zanzare che ti volteggiano intorno a mo' di contrappasso dantesco («non hai voluto ascoltare le spiegazioni del maestro, ora ti tormentiamo col nostro ronzio»).
C'era proprio bisogno di tornare al passato? E sì, c'era proprio bisogno. Abbiamo allevato generazioni di asini, era tempo di riportare serietà (e io dico anche severità) nelle scuole. La scuola negli ultimi anni era diventata una barzelletta, e l'ultima l'hanno scritta gli studenti di un liceo romano: entriamo in classe quando vogliamo.
Una canzone degli anni Sessanta faceva così: «Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu». Da domani la musica, per i somari, cambia. Da domani si canta «Una lacrima sul viso».
mardorta@libero.it