Ecco perché gli stranieri non capiscono l'Italia

La tv franco-tedesca <em>Arte</em> manda in onda un documentario infarcito dei soliti stereotipi. Dalla copertina del <em>Der Spiegel</em> al film il <em>Divo</em> a Cannes: l’equazione è la stessa. Siamo sempre stati visti come il Paese di <em>’O sole mio</em><br />

Un anno fa venni invitato da Pari­gi a un dibattito radiofonico sulla politica italiana. C’erano un sag­gista, un giornalista e uno storico francesi e l’insieme aveva un che di surreale. È la televisione che fa vincere le elezioni a Berlusconi, dicevano i miei interlocutori. Sa­rà, ma la Lega, come fenomeno, si impose senza televisioni e per due volte ha vinto Prodi, replicavo io. Berlusconi controlla comunque i mass media , mi veniva obiettato. Sarà, ma i tre più importanti quotidiani nazionali non gli sono favorevoli, le reti Rai sono spartite fra maggioranza e opposizione e lui viene criticato e sbeffeggiato a più non posso. Però c’è il «conflitto di interessi», tornavano alla carica. Certo, ma i primi a non averlo saputo o voluto risolvere sono stati i suoi avversari quando governavano, obiettavo io. Non potrà negare che c’è molta corruzione e una notevole rilassatezza dei costumi, insistevano. Non lo nego, ma il vostro Giscard d’Estaing si ritrovò implicato nei diamanti di Bokassa, Mitterrand aveva una figlia «segreta», di cui tutta la Francia era a conoscenza, Sarkozy ha sposato la più disinibita delle modelle europee, rilanciavo. Alla fine chiesi: ma scusate, secondo voi, perché gli italiani lo fanno vincere? Perché sono pazzi, ladri, erotomani, corrotti? O magari c’è dell’altro? Il dibattito si chiuse lì. La politica italiana è talmente complicata anche per noi che ci viviamo dentro, che cercare di spiegarla a uno straniero non è impossibile, è inutile. Non la capisce e al fondo non lo interessa: lui ha già una certa idea dell’Italia, ci si è affezionato e non la cambia. Simpatici, ma inaffidabili, individualisti e privi di senso dello Stato, amorali pur avendo il Vaticano in casa... Non è un problema di oggi e non sarà certo l’ultimo documentario antiberlusconiano di Arte , il canale franco-tedesco che piace agli intellettuali, a peggiorare le cose. Negli anni Settanta, al tempo del terrorismo, Der Spiegel metteva in copertina un piatto di spaghetti con sopra la P38, negli anni Ottanta la «Milano da bere» craxiana era sinonimo della «dolce vita» fra affari e politica e ancora l’altro ieri, quando Il Divo sbarcò al Festival di Cannes, la stampa internazionale scambiò il film per un libro di storia e stabilì l’equazione Andreotti = Genio del Male, padre-padrone di un Paese governato dalla mafia. La politica ha certamente le sue colpe e non è un caso che dovendo scegliere fra lo Stato italiano e un latitante pluriomicida come Battisti, il governo brasiliano abbia scelto il secondo. All’estero l’Italia degli Anni di piombo è stata raccontata, con la nostra complicità, come uno scontro fra uno Stato di polizia e un gruppo di giovani idealisti, e quindi... Da almeno un cinquantennio non abbiamo mai fatto nulla per dare di noi un’immagine positiva. Oggi, inorriditi, dichiariamo di provare vergogna per come si parla di noi...Diciamoci la verità:i primi a non credere nell’Italia sono stati i governi succedutisi dal 1945 in poi. Poiché venivamo da una guerra perduta, dovevamo far dimenticare i sogni e i deliri di grandezza del fascismo, dovevamo tenere un profilo basso... Nella cosiddetta Prima repubblica, contava più il ministero delle Poste che quello degli Esteri, un presidente come Giovanni Leone poteva esibirsi a New York cantando ’O sole mio e capitava che si scambiasse quest’ultimo per l’inno nazionale, un presidente del Consiglio come Aldo Moro poteva far addormentare il segretario di Stato Kissinger con quei suoi discorsi fumosi di cui nessuno, tranne lui, e non sempre, comprendeva il senso... Se avessimo speso più soldi e più energie negli istituti di cultura sparsi per il mondo, negli scambi culturali, forse avremmo potuto disegnare i contorni di un Paese diverso dagli stereotipi: ma il dramma era che a noi, come classe dirigente e, parliamoci chiaro, anche come popolo, quegli stereotipi andavano bene, erano persino rassicuranti nello loro vacuità melodrammatica, e agli stranieri pure. Restavamo l’Italia di Stendhal, dove c’è sempre una cantante lirica e un trombone (come strumento e come figura), l’intrigo, il coltello e il bordello, la joie de vivre e le rovine del passato... Che ci fosse uno Stato, una dignità nazionale, un governo che incarnasse l’uno e l’altra sembrava troppo. Non è che poi si ritornava al bieco fascismo? Alla scienza politica, l’Italia ha regalato tre invenzioni peculiari: i Comuni, le Signorie e, appunto, il Fascismo. La democrazia parlamentare non è roba nostra,ma nell’abbracciarla abbiamo scelto la formula più anodina, più amorfa: un sistema per governare a cui manca un cuore che lo rappresenti e in qualche modo lo trasfiguri. Ancora oggi ne paghiamo il prezzo. Impegnati per pigrizia intellettuale a scambiare Berlusconi per Mussolini, non facciamo in fondo che reiterare lo stesso errore. Ieri c’era il fan-fascismo, il clerico-fascismo eccetera: ancorati alle paure e ai tic mentali di sessant’anni fa, continuiamo ad andare avanti con la testa all’indietro. In compenso, abbiamo fatto nostra la retorica del cuore in mano, della pizza e del volemose bene, dell’italiano brava gente, cialtrone ma generoso, comunque simpatico anche se un po’ mafioso... Non è un caso che l’unica analisi popolare e di successo dell’Otto settembre, una tragedia nazionale, sia stata una pellicola comica e auto-consolatoria, Tutti a casa : «Colonnello, è successo un fatto incredibile, i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso » gridava al telefono il tenente Innocenzi magistralmente interpretato da Alberto Sordi. Per esorcizzare il dramma, ci siamo perfezionati nella farsa. Ora, imbronciati, ci vergogniamo di Berlusconi? Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò, tanto per restare alla commedia all’italiana.