Ecco perché voterò contro la missione in Afghanistan

Io non sono un pacifista, anzi potrei essere, e più volte lo sono stato, un «guerrafondaio». Sono certo per il primato della pace, ma ritengo fermamente che in certe condizioni la guerra possa essere giusta, come sosteneva il grande giurista e teologo della scuola salmaticense padre Francisco de Vitoria o.p., in sintonia con la migliore tradizione della filosofia classica da Agostino a Tommaso d'Aquino, e come anche confermato nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica. E ritengo che in certi casi la guerra sia necessaria e doverosa. Sono contro l'ipocrisia, internazionalista, democratica e anche «pia», usata spesso dai nostri capi di Stato e di governo (oltre che dai segretari generali delle Nazioni Unite), di chiamare «operazioni di pace» o «interventi umanitari» operazioni a suon di cannonate e di bombardamenti con seguito di morti tra i civili. Come mi insegnò un aristocratico comandante di un reparto d'élite dell'esercito britannico a proposito della lotta contro il terrorismo, «è guerra! E la guerra consiste nell'uccidere gli uomini e nel distruggere le cose!».
Sono anche a favore delle «guerre preventive». Se la Gran Bretagna e la Francia avessero invaso la Germania hitleriana quando rioccupò la Ruhr, o quando annunziò il riarmo o quando invase l'Austria, quante vite si sarebbero risparmiate e quanti orrori si sarebbero evitati.
Ma, come insegna Francisco de Vitoria, una guerra per essere «giusta» deve poter avere successo: e nessun successo poteva avere la guerra in Irak, dove l'intervento militare ha provocato una sanguinosa guerra religiosa, e così nessun successo potrà avere la «guerra» in Afghanistan, dove si vuole imporre la concezione occidentale nell'amministrazione della giustizia e perfino... nella moda: la «guerra del bikini contro il burka!», e dove la resistenza talebana acquista ogni giorno più territorio e forse presto riconquisterà Kabul! Ma è giusto e umano che noi manteniamo lì i nostri ragazzi a farsi immolare? In Afghanistan vi è in atto una guerra, una «guerra di pace» o una «guerra per la pace», ma pur sempre una «guerra»! E che ci stiamo a fare ancora in Libano, dato che ormai l'Unifil e in particolare il contingente italiano la loro missione l'hanno ormai compiuta, e cioè quella di far riarmare pacificamente e silenziosamente gli Hezbollah e di far loro costruire nuovi campi fortificati e basi di lancio contro i villaggi israeliani? E passiamo al Kosovo, dove il contingente italiano ha affidata, dalle Nazioni Unite e dalla Nato, la giurisdizione di una parte di quella provincia il cui governo semi-autonomo minaccia di proclamare unilateralmente l'indipendenza, che verrebbe riconosciuta subito dagli Stati Uniti. E che farebbe la brigata italiana se la Serbia reagisse? L'Italia è giustamente intervenuta a fianco degli Stati Uniti d'America contro Belgrado per evitare un genocidio dei kosovari d'etnia albanese da parte dell'armata e delle truppe speciali serbe; ma se adesso il governo di Pristina, il cui leader è l'ex-capo dell'Uck, l'«esercito di liberazione» degli albanesi del Kosovo, dichiarasse unilateralmente l'indipendenza e la Serbia intervenisse militarmente, che cosa accadrebbe?
Il fatto è che prima di tutto le guerre le fanno i governi che le possono fare: altrimenti, tra «caveat», votazioni ripetute e scontri nella maggioranza, per i militari che sono impiegati sono guai! E non può fare la guerra un governo come il nostro, della cui maggioranza costituiscono parte determinante i pacifisti di Rifondazione comunista, il «popolo di Vicenza» dei «no-Ederle», il popolo dei «black bloc», dei «no global», dei «centri sociali», dei giovani del grido di guerra: «Dieci, cento, mille Nassirya!», il popolo che chiede la commissione d'inchiesta contro la polizia e i carabinieri e che hanno riesumato i tristi e violenti slogan degli anni '70. E quando un governo la guerra non la può fare, i suoi militari li lascia a casa. Se non lo fa, è sua la responsabilità dei giovani che vengono uccisi o feriti.
Francesco Cossiga