Ecco le prove dell’innocenza di Medea

Irene Liconte

Civiltà e barbarie si fronteggiano in scena stasera in piazza s. Matteo in «Medea-variazioni sul tema» dal romanzo di Christa Wolf. Il nucleo del dramma è noto: la maga Medea, che ha aiutato gli Argonauti a conquistare il vello d'oro, segue Giasone a Corinto, dove lui la abbandona per la figlia del re Creonte: da questo antefatto erompe la tragedia, l'assassinio prima della principessa Glauce e di Creonte, poi dei figli di Giasone e Medea.
Ma è stata davvero Medea a uccidere i suoi bambini o la versione «ufficiale» dei fatti nasconde una verità inconfessabile per la collettività? Lo spettacolo, in scena alle 21.15 nell'ambito del festival di Lunaria, è strutturato come il processo mai accordato alla protagonista: sono quindi evocati in scena dall'autrice molteplici personaggi, le cui voci sono riecheggiate da Elisabetta Pozzi, come fantasmi evocati dall'Ade, per sentire la loro «versione dei fatti»: da Medea a Giasone, da Glauce ad Acamante, «l'anima politica» di Corinto; a Leuco (Alessio Romano) è affidato il punto di vista dei Corinzi, originale reintroduzione del coro greco. Ne scaturisce una rilettura insieme fedele al modello classico e modernissima.Se il tema della maga barbara e straniera rifiutata dal consorzio civile risale già alla tragedia di Euripide, nella rivisitazione della Wolf esso diventa elemento portante della storia: la piccola comunità di Colchi che, con Medea, si è stabilita a Corinto, è una minoranza etnica emarginata e umiliata; le usanze e la sapienza di questo popolo, più volte (e non a caso) somaticamente caratterizzato dalla Wolf come di statura bassa, capelli e pelle scura, sono disprezzate dai Corinzi come aberranti barbarie, anche quando salvano la città dalla carestia inducendo gli abitanti a deporre antiche superstizioni: «la gente preferisce ritenersi stregata piuttosto che credere di aver divorato erbacce e le viscere di animali intoccabili per banale fame», osserva lucidamente Medea. La Wolf razionalizza il mito con una patina di realismo: la Colchide non è il paese favoloso immaginato dagli Argonauti, ma una delle tante terre che si affacciano sul Mar Nero; il leggendario vello d'oro è solo un manto di pecora usato per setacciare l'oro nel fiume Fasi: il mito si affaccia sulle soglie della storia, si fa meno remoto e più inquietante.
Ma è proprio frugando nei miti più antichi che la Wolf rintraccia le «prove» della possibile innocenza di Medea: fu infatti la tragedia di Euripide, che si aggiudicò il terzo posto nell'agone drammatico delle feste dionisiache di Atene nel 431 a. C. e si impose quindi come autorevole riferimento religioso-mitologico, a sancire la colpevolezza di Medea. Fonti più antiche raccontano invece diversamente la vicenda: Medea sacrificò i figli sull'altare di Era per ordine della dèa, che li rese immortali; oppure, furono i Corinzi a linciare i piccoli per vendicare l'assassinio del re da parte di Medea. Partendo da questo spunto, filologicamente ineccepibile, la Wolf costruisce una storia fedele ai capisaldi del mito ma che ne ridiscute completamente moventi e colpevoli. Così, paradossalmente, Medea fugge dalla Colchide proprio per non piegarsi alla cruenza dei riti di sangue imposti dal padre Eeta; e la donna è innocente dei misfatti che le sono attribuiti, la colpa risiede altrove, un atroce sacrificio infantile, un crimine sepolto nelle segrete del palazzo di Corinto.