Ecco la rosa blu, l’ogm romantico

L’ultima frontiera del biotech: il fiore, geneticamente modificato, potrà crescere anche nel giardino di casa. E non bisognerà più accontentarsi di una pianta &quot;colorata&quot; artificialmente<br />

Prima era soltanto una versione fasulla. Una copia, colorata artificialmente. Ora la rosa blu è vera: un fiore geneticamente modificato che, grazie alle biotecnologie, d’ora in poi potrà essere coltivata anche nel giardino di casa. La proteina che colora i fiori era nota da tempo, ma solo adesso è stata isolata e clonata. Una rivoluzione floreale: le ditte australiane e giapponesi sono già in gara per brevettarla e produrre in esclusiva la prima pianta di rosa blu.

Una scoperta mezza italiana. Il merito della scoperta parla anche italiano. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Cell Biology, è stata condotta in Olanda, nell’Istituto di Biologia molecolare dell’università Vrije di Amsterdam e coordinata da Francesca Quattrocchio. La scienziata è in Olanda da vent’anni, ma è ancora in contatto con tanti ricercatori italiani, come quelli che hanno partecipato alla ricerca sulla rosa blu: Gian Pietro Di Sansebastiano, dell’università di Lecce, Lara Reale e Francesco Ferranti, dell’università di Perugia. “Siamo riusciti a clonare i geni che partecipano al meccanismo che controlla la colorazione dei petali”, spiega Quattrocchio, che con il suo gruppo ha condotto la ricerca sulle petunie. “La cosa più importante è riuscire a cambiare il livello di acidità nelle cellule dei petali”.

Il meccanismo. Le sostanze che danno il colore ai fiori sono racchiuse in compartimenti, chiamati vacuoli, che si trovano all’interno dei petali, ma la loro semplice presenza non è sufficiente per assicurare la colorazione rosa e rossa delle petunie. Fondamentale – spiega la scienziata - è “controllare il livello di acidità all’interno dei vacuoli”. E’ quello che i ricercatori sono riusciti a fare, in quattro anni di lavoro: come in una cartina di tornasole, se l’ambiente nei vacuoli è acido, i petali sono rosa o rossi; se il livello di acidità è basso i petali diventano blu. La proteina che controllare questo meccanismo si chiama PH5 e funziona come una pompa, producendo un ambiente più o meno acido nei vacuoli. Modificare il gene che la produce significa riuscire a ridurre o aumentare il livello di acidità e, quindi, cambiare la colorazione. Così, se il funzionamento della proteina viene spinto al massimo, si otterranno fiori di un rosso acceso; se viene rallentato, il rosso si spegne e, piano piano, emerge il blu.

Frutta anti-invecchiamento. La ricerca dimostra che è possibile manipolare anche solo un singolo aspetto della pianta. Un dettaglio particolarmente interessante per il mercato della floricoltura: significa poter ottenere piante geneticamente modificate nelle quali la proteina PH5 non funziona e nelle quali il colore dei petali è blu, come le rose blu che ditte australiane e giapponesi si stanno affrettando a brevettare. E poiché i coloranti dei fiori contenuti nei vacuoli sono sostanze dalle proprietà antiossidanti, come gli antociani, “manipolando il gene PH5 contenuto nella frutta - osserva la scienziata – si possono ottenere frutti molto ricchi di antiossidanti”. In futuro, quindi, potremo avere mele dalla polpa color rosso intenso, ricchissime di antiossidanti che combattono i radicali liberi, principali artefici dell’invecchiamento cellulare.