Ecco il tesoro della Dc: spariti 120 palazzi per 35 milioni di euro

Un patrimonio da 35 milioni di euro: 120 immobili svenduti a un
cinquantesimo del valore e finiti a un prestanome disperso in Croazia.
Tra complicità e omissioni, anche politiche. L'immobiliarista: <strong><a href="/a.pic1?ID=332213">&quot;Castagnetti benedì l'operazione&quot;</a></strong>. La difesa dell'ex segretario:<strong> <a href="/a.pic1?ID=332215">&quot;I tesorieri avevano autonomia&quot;</a></strong>

AAA cercasi disperatamente patrimonio immobiliare della Democrazia cristiana. Appartamenti e palazzi, circoli e sezioni di partito, centri studi, terreni, negozi, box, rimesse: in tutto 120 proprietà, gran parte dell’immenso impero fondato sul mattone dai tempi di Alcide De Gasperi, non c’è più. Dissolto. In parte svenduto, dopo mille peripezie, a un imprenditore poi rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta insieme ad altre undici persone, tra presunti complici e prestanomi, collegate alla gestione delle società incaricate di gestire il tesoro dello scudocrociato.

In questi giorni a Roma si sta celebrando il processo che potrebbe fare finalmente luce sul giallo immobiliare scoppiato nel 2002 allorché Pierluigi Castagnetti, segretario del Ppi, scoprì che il patrimonio da destinare alla nascente Margherita non esisteva più. Parallelamente, a Perugia, si sta invece processando per corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio Pierluigi Baccarini, magistrato del tribunale fallimentare capitolino, coinvolto in una serie di presunti fallimenti «pilotati», tra cui proprio quello della «Immobiliare Europa Srl» di Angiolino Zandomeneghi che controllava il patrimonio della vecchia Dc. E proprio la settimana scorsa la sezione fallimentare del tribunale civile di Roma, al termine di una lunga e complicata battaglia legale, ha confermato la sentenza di fallimento di questa immobiliare «democristiana» con motivazioni aspramente contestate dalla difesa di Zandomeneghi: non si sarebbe, infatti, tenuto conto né del ruolo avuto nel fallimento del magistrato attualmente sotto processo a Perugia né della effettiva sede legale della società che avrebbe dovuto portare al trasferimento del procedimento civile da Roma a Verona.

Le decine di migliaia di atti visionati dal Giornale descrivono un’incredibile sequela di complicità, scaricarabarili e omissioni, politiche e non, che hanno cancellato un gigantesco patrimonio passato di società in società, di mano in mano, finendo intestato a ignari prestanome dispersi in Croazia. L’inizio dell’affaire lo si può collocare al 1994, quando la Dc di Mino Martinazzoli, o quel che ne restava, inizia a sgretolarsi. Nasce così il Ppi. Di lì a poco, con gli «scissionisti» Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, prende corpo anche il Ccd. L’anno successivo Rocco Buttiglione esce e fonda il Cdu mentre Gerardo Bianco si mette alla guida del Ppi-Gonfalone. Quattro anni dopo, non avendo ottenuto quanto pattuito, il Ccd chiede il fallimento delle società «ammiraglie» che detenevano l’intero patrimonio. La magistratura interviene e decide che siano i tesorieri a gestire il tutto. È qui che Angiolino Zandomeneghi, l’uomo intorno a cui ruotano i processi (per la stessa vicenda a Roma è imputato, a Perugia è parte lesa) fiuta l’affare. E con un gioco di prestigio fatto di prestanomi e trucchi contabili, complicità e misteri societari - ipotizza il pm capitolino Luca Palamara - riesce ad acquistare a due lire quanto era rimasto agli eredi della Dc dopo le prime vendite avvenute negli anni novanta di un patrimonio complessivo costituito da 508 immobili. Zandomeneghi, ovviamente, giura di aver fatto tutto regolarmente e alla luce del sole, trattando inizialmente col segretario amministrativo del Ccd, Emerenzio Barbieri, eppoi con gli altri vecchi tesorieri ex democristiani. «Avevo il placet persino di Castagnetti» ha rivelato l’interessato.

Una settimana prima del congresso di transizione del 26 febbraio 2002, il segretario Castagnetti viene a sapere che i segretari amministrativi del Ppi e del Cdu avevano venduto le quote delle finanziarie «Affidavit» e «Sfae», proprietarie delle immobiliari «Ser» e «Immobiliare» che gestivano l’intero patrimonio Dc. Ai magistrati, Castagnetti spiega di essere rimasto sorpreso allorché un collaboratore gli fece notare che gli ultimi 120 immobili (da destinare alle sezioni della nascente Margherita) erano stati invece ceduti alla «Immobiliare Europa» di un certo Zandomeneghi a un prezzo ridicolo: appena un milione e 557mila euro rispetto a una stima di vendita inizialmente oscillante dai 50 ai 70 miliardi di lire.
In quel momento più di qualcuno sente puzza di bruciato, qualcun altro (il vertice del Ppi) decide di fare causa a Zandomeneghi sostenendo che aveva trattato con chi, a quel tempo, non aveva i poteri per farlo. Su tutti, il tesoriere del Ppi, Romano Baccarini, quindi Alessandro Duce (ex tesoriere Cdu, liquidatore del Ppi che conserva la potestà sugli immobili) e in subordine Gianfranco Rotondi (ultimo segretario amministrativo del Cdu). Nel partito non si capisce chi, su mandato di chi, ha trattato con Zandomeneghi. Lo scaricabarile imperversa quando ci si accorge che un primo accordo con l’«Immobiliare Europa» di Zandomeneghi era già stato sottoscritto nel 2001 per essere perfezionato, da Baccarini e Duce, il 7 febbraio del 2002, due settimane prima il congresso d’addio al Ppi.
Tant’è. Se la frittata sembra fatta, nel partito si cerca comunque di correre ai ripari per recuperare il tesoretto immobiliare. A Castagnetti viene l’idea di chiedere il fallimento dell’«Immobiliare Europa». Ma non è facile. La società sembra solida, tant’è che il suo titolare per chiudere definitivamente la pratica stacca un assegno da un milione 136mila euro. Che Oliviero Nicodemo (oggi parlamentare del Pd, all’epoca segretario generale del Ppi e rappresentante legale) però non incassa, interessato com’è - per conto del partito - a tornare in possesso degli immobili. Angiolino Zandomeneghi storce il naso. Intima ai segretari amministrativi del Ppi e del Cdu di rispettare gli accordi e di dare seguito ai contenuti di una scrittura privata nella quale si impegnavano, tra l’altro, a svincolare le società vendute da una fideiussione bancaria per 36 milioni di euro. Come garanzia era stato messo nientemeno che Palazzo Sturzo all’Eur. In risposta i tesorieri dicono di non saperne nulla, ed anzi chiedono di incassare l’assegno precedentemente rifiutato. Angiolino risponde picche, ma sente di avere il fiato sul collo. Poi, però, nell’agosto 2002 i legali di Castagnetti si materializzano in tribunale chiedendo il fallimento dell’insolvente «Immobiliare Europa». Il motivo? Non ha saldato tutto il dovuto. Ventiquattr’ore dopo il giudice romano Pierluigi Baccarini (oggi sotto processo a Perugia) prende personalmente in carico il procedimento, forte di una precedente causa per fallimento di un’altra società che batteva cassa all’immobiliare di Zandomeneghi. Il giorno successivo invia le notifiche, e in una settimana fissa l’udienza per il 14 agosto alle ore 11. Zandomeneghi è sorpreso. Si domanda come abbia fatto il giudice Baccarini a sapere della presentazione dell’istanza di fallimento e riflette su quel che un suo collaboratore (che per la Dc gestiva il patrimonio immobiliare fin dai tempi di Citaristi) gli ha raccontato per averlo appreso dall’onorevole Oliviero Nicodemo. «Che in tempi non sospetti aveva millantato un’influenza proprio sul giudice Baccarini».

In questo frangente - e parliamo del processo di Perugia - Zandomeneghi teme un’operazione politico-giudiziaria concordata per scippargli il patrimonio. Così denuncia il giudice Baccarini per tentata estorsione, e contestualmente dà inizio a una girandola di vendite «fittizie» per sfuggire alle iniziative degli eredi della Dc. Prima i beni passano dall’«Immobiliare Europa» a un suo fidato collaboratore. Poi a goderne sarà, per un breve periodo, Marino Corradi, altro prestanome che per qualche tempo diviene addirittura socio unico delle quattro società ammiraglie. Da qui, infine, il tutto si trasferisce a Silvano Mitrovic, un povero cristo residente in un bugigattolo a Buje, in Istria, e che ne diviene titolare, nel marzo del 2003, dopo che un altro prestanome, Paolo Borgo, anche lui sotto processo, gli aveva ceduto la carica. Le quattro società «proprietarie» dei 120 immobili confluiscono definitivamente nell’«Immobiliare Universo», fondata da Borgo e da Luca Degan, socio e amministratore unico della nuova creatura. La guardia di Finanza rincorre i protagonisti fino in Croazia, i fallimenti colpiscono un’immobiliare dopo l’altra, i due processi procedono su binari paralleli senza incontrarsi mai. La caccia al tesoro, ad oggi, s’è fermata. Il risiko societario si combatte duramente in tribunale. E tra nuovi «imprevisti» e «probabilità» la partita al Monopoli della Dc è destinata a non finire mai.
(ha collaborato Luca Rocca)