«Ecco tutta la verità sulla liberazione di Genova»

di Raffaele Francesca

Sulla scia di quanto mirabilmente e puntualmente rivelato dal «Giornale», e solo dal «Giornale», circa la foto taroccata riprodotta sul manifesto che la Regione Liguria ha ritenuto (con i nostri soldi) di dover affiggere sui muri della città per la «ricorrenza» del 25 aprile, desidererei proporre ulteriori esempi su quello che non è un semplice incidente di percorso, bensì una costante, imprescindibile, irrinunciabile filosofia di vita per una certa parte ideologica e politica. Per esempio: nella medesima occasione altri hanno riproposto il «racconto» del generale Günther Meinhold in versione ciellenistica circa «lo storico atto di resa la sera del 25 aprile 1945». Narra, fra l'altro, il Meinhold (terza puntata, p. 9): «Come previsto, naturalmente anche i partigiani si fecero vivi con maggiore slancio e energia. Un giorno riuscirono a combinare un vero colpo da ussari, per così dire, sotto al naso del comando di divisione. Sulla cima del Monte Maggio, che domina come un macigno la piccola valle di Savignone, era stazionato un comando italiano di avvistamento aereo. In una luminosa giornata di primavera era scomparso, prelevato da un'automobile di partigiani con armi e strumenti. Non la presi tragicamente. Anche come avversario non potei fare a meno di riconoscere lo spirito sportivo manifestatosi in questa impresa...». I fatti. Il 12 gennaio 1944 (anche sulle date il Meinhold spesso presenta qualche lacuna) otto avvistatori di Monte Zuccaro (Isola del Cantone), completamente disarmati, furono massacrati da 13 «patrioti» della 3° Zona partigiana, poi trasformata in 3° Brigata «Garibaldi» Liguria. Il tutto fu testimoniato anche da un nono avvistatore fortunosamente e fortunatamente scampato alla morte. Detti avvistatori avevano l'incarico di dare l'allarme a Genova in caso di arrivo di aerei nemici e consentire così alla popolazione di raggiungere i rifugi. Essendo questi i fatti, mi sembra che l'esposizione del ridanciano goliardo Meinhold, il quale - col placet affettuoso e compiacente del C.L.N. - li equipara a una simpatica birichinata dei «patrioti», risulti davvero scandalosa, bestiale, criminale. Ma continuiamo con le dichiarazione del Meinhold o di chi per esso. «Ad ogni modo era interessante, ora, vedere le reazioni dei partigiani. Finora avevano dato buone prove della loro serietà: avevano rigorosamente mantenuto gli accordi contratti» (30/4). Oppure: «I partigiani avevano mantenuto la parola» (1/5). E ancora: «I partigiani erano stati sempre avversari cavallereschi» (3/5). Affermazioni, queste, comprensibili soltanto se il «prussiano» fosse atterrato in quel momento provenendo da Marte. Ma forse ignorava, che so, la «notte della spia», la «Corriera di Cadibona», le vittime dei «Pini Storti», il «caso Discacciati», le «uccisioni notturne», le stragi di Imperia, Borghetto, Rovegno, Vigoponzo, Dernice, Garbagna, Monte Manfrei, Bogli, Schio... e le stragi del biellese, del Triangolo della Morte, di Oderzo, Thiene, Tarzo e Revine, Codevigo, Sospirolo, Mignagola, Cansiglio, Cologna Veneta, Rovetta, via Rasella, Porzûs... e quanto accaduto nelle foibe (e già, anche lì, insieme con i titini, c'erano i «patrioti» comunisti italiani)... e gli assassinii di Giovanni Gentile, Carlo Borsani, Claretta Petacci, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, dei sette fratelli Govoni... e, per tornare alla Liguria, dei delitti di Bargagli... Ma, per capire meglio le ragioni e i retroscena del tutto, leggiamo una dichiarazione di Remo Scappini (comunista) in un'intervista rilasciata a Piero Pastorino e apparsa sul «Lavoro» del 6 aprile 1990: «Tornato in Germania, (Meinhold) era tra gli imputati al processo di Norimberga. La testimonianza del CLN genovese alla Corte che giudicava i criminali nazisti gli valse l'assoluzione dei giudici». Già, appunto...
Ma andiamo adesso all'ottava puntata, p. 22.
«Ancora nell'autunno c'era stata qui vicino la galleria ferroviaria di San Benigno. Quando negli ultimi giorni di ottobre un temporale di violenza tropicale si scatenò sulla città, un fulmine colpì le condutture elettriche della ferrovia e fece saltare le cariche esplosive collocate all'ingresso del tunnel. Per somma disgrazia si trovava in quel momento sui binari un treno carico di materiale esplosivo di altissimo potenziale, in attesa di essere convogliato a Livorno (...) Anche le guardie italiane al treno erano perite. L'SD naturalmente, tentò di attribuire il fatto ad un atto di sabotaggio che avrebbe dato l'occasione per misure di rappresaglia. È sottinteso che io “ab initio” impedii tutte le misure miranti a ciò». Come incontestabilmente dimostrai nel mio libro «Silenzi, misteri verità su una strage dimenticata» (NovAntico Editrice, Pinerolo TO, 2004), nonché su «il Giornale» del 15/5/2007 e del 12/2/2008, non fu il fulmine a causare mille/duemila morti innocenti, bambini e donne compresi, bensì un criminale e bellicamente inutile attentato terroristico dei partigiani comunisti. In questo secondo articolo, inoltre, dimostrai inoppugnabilmente altresì che Genova non fu assolutamente «liberata» dai «partigiani» e che il porto non fu assolutamente salvato dai «partigiani» medesimi che, anzi, ne misero seriamente, stupidamente e criminalmente in pericolo l'esistenza. Ma vogliamo citare qualche altra «contraddizione» della storiografia «resistenziale»? Parliamo, allora, di alcuni nomi che appaiono sotto il Ponte Monumentale e che vengono attribuiti a «caduti per la liberazione di Genova». Incominciamo da quello di Emanuele Strasserra (anche se indicato come Straserra), che - capo della missione alleata «Montreal» - si era unito ad altri quattro partigiani, antifascisti ma non comunisti (Giovanni Scimone, Ezio Campasso, Mario Francesconi, Gennaro Santucci), con i quali avrebbe dovuto dare vita a una brigata autonoma. Furono tutti fatti uccidere a tradimento, unitamente alle mogli di due delle vittime (Maria Martinelli Francesconi e Maria Dau Santucci), da Francesco Moranino, in arte «Gemisto» (responsabile anche di circa mille assassinii avvenuti nel biellese), condannato perciò all'ergastolo dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze il 18 aprile 1957. Come detto, e sempre in nome della coerenza, il nome di Strasserra appare sotto il Ponte Monumentale e Genova, gli ha dedicata una via; Moranino, aiutato dal Pci a fuggire a Praga, venne poi graziato da Saragat (eletto Presidente della Repubblica anche con i voti dei comunisti) ed eletto a sua volta senatore nelle liste del Pci. Sic! Alla faccia dei morti, della giustizia, della Verità.
Ma continuiamo. Altro nome che appare sulle lapidi (nonché nell'elenco dei «caduti per la libertà» proposto da Giorgio Gimelli) è quello dell'appuntato dei Carabinieri Carmine Scotti. Attirato in un tranello da partigiani comunisti, lo fanno camminare scalzo sui ricci in un bosco di castagni nei pressi di Bargagli, lo denudano, lo torturano legandolo a una stufa rovente, gli cavano gli occhi e, infine, gli sparano alla testa. Ai sei partigiani arrestati per il delitto (Amedoro Cevasco «Medoro», Pasquale Buscaglia «Pasqua», Orfeo Calvelli «Foegu», Pietro Spallarossa «Fiero», Silvio Ferrari «Pirri», Attilio Cevasco «o Carega»), Raimondo Ricci, Antonio Testa, Roberto Bonfiglioli, Ermanno Baffico, l'ANPI fantasiosamente (e vergognosamente) certificarono nel 1984 la qualifica di «partigiani combattenti» della brigata «Lanfranconi» di Giustizia e Libertà, facendoli così rientrare nei benefìci previsti dal Decreto Presidenziale che prevedeva che per ogni reato commesso entro il 18 giugno 1946 da coloro che avessero militato in formazioni armate, la pena dell'ergastolo venisse commutata in vent'anni di reclusione. Il che, essendo nel 1984, comportava automaticamente la prescrizione del reato. Mirabile! Ma, del resto, che cosa c'è da aspettarsi da una giustizia e da persone che affermarono e affermano: «ammazzare un fascista o presunto tale non è reato»?
So già che per ciò che scrivo mi verrà rivolta l'accusa, se così vogliamo chiamarla, di essere «fascista». Ma il punto nodale è un altro, e cioè: quanto io affermo corrisponde alla verità storica oppure no? Prima di chiudere, desidererei tornare al manifesto «resistenziale» che la Regione ha ritenuto di esporre sui muri della città in occasione del 25 aprile. La frase citata su detto manifesto è di Aldo Gastaldi, «Bisagno»; prima lo ammazzano, poi lo citano. Complimenti!