Ecco tutti gli ostacoli che frenano l’Unione

Alessandro Corneli

APerché era importante il vertice europeo del 16-17 giugno?
Per due motivi principali. Perché doveva dare la prima risposta politica al doppio rifiuto, francese e olandese, del Trattato costituzionale europeo. Inoltre doveva approvare il bilancio comunitario per il periodo 2007-2013. Alcuni speravano che un accordo sul bilancio, dimostrando in modo concreto la volontà di continuare a far funzionare l'Unione europea, avrebbe attenuato la sfiducia crescente nell'Europa. Invece l'accordo sul bilancio non è stato raggiunto.
BCosa ha deciso il vertice riguardo il Trattato costituzionale?
Il vertice non ha accettato la proposta franco-tedesca di andare avanti con le ratifiche del Trattato per trovare poi una soluzione (per entrare in vigore, il Trattato deve essere approvato da tutti i 25 Stati membri) perché la Gran Bretagna ha deciso, prima del vertice, di sospendere il proprio referendum di ratifica, affermando che prima bisogna decidere quale politica fare in Europa e poi pensare alla Costituzione. In realtà la Costituzione ha già in sé un progetto europeo, per cui il blocco britannico è un rifiuto del modello di Europa disegnato nella Costituzione. In ogni caso si è deciso un periodo di riflessione che si concluderà, alla fine del 2005 o all'inizio del 2006, con un vertice straordinario, dopo le elezioni politiche tedesche. Così è saltato il termine previsto per le ratifiche, cioè novembre 2006, di fatto spostato alla metà del 2007; gli «europeisti» hanno ottenuto in compenso che il Trattato non verrà rinegoziato.
CPerché aspettare la metà del 2007?
L'allungamento dei termini non è casuale. A maggio 2007 si svolgeranno le elezioni presidenziali e poi quelle legislative in Francia. In funzione della campagna elettorale e del dibattito politico relativo, la Francia potrebbe decidere di ritornare sul voto del 29 maggio scorso oppure potrebbe confermare il suo allontanamento da quel progetto. In ogni caso, solo da quel momento la Francia potrà definire una nuova politica che risulterà decisiva per il futuro del processo di integrazione europea. Più in generale, tra due anni molte cose, soprattutto in campo economico, potrebbero essere cambiate, sia in direzione di ridare vigore al Trattato sia in direzione di seppellirlo definitivamente per immaginare una nuova Europa.
DQual è il significato politico di questa pausa di riflessione?
Governi, partiti e opinioni pubbliche dei Paesi dell'Eurozona devono fare un bilancio del risultato delle loro politiche generali dopo l'introduzione della moneta unica. Mentre è indiscutibile che il Pil medio sia diminuito, si tratta di vedere quanto ciò debba essere attribuito all'euro, alla sua gestione da parte della Bce (Banca centrale europea) e alle regole del Patto di stabilità; e quanto invece sia attribuibile alla congiuntura internazionale e ai riconosciuti ritardi di vari Paesi nel realizzare le indispensabili riforme strutturali (pensioni, sanità, mercato del lavoro, investimenti in ricerca, liberalizzazioni) per risanare i bilanci pubblici e per rilanciare la competitività dei prodotti europei.
EC'è un collegamento con la mancata approvazione del bilancio comunitario?
Lo stop sostanziale imposto al Trattato si collega con la maturazione di una riflessione più generale sulla capacità dell'Unione di guidare e stimolare lo sviluppo dei suoi membri. La sensazione è che l'Europa, a parte la tendenza all'eccesso di regolamentazione che pone molti vincoli alle imprese, sia stata incapace di prevedere le difficoltà economiche internazionali provocate soprattutto dai Paesi emergenti (Cina, India, ecc.) e si sia poi dimostrata lenta e poco credibile nel predisporre opportune contromisure, trincerandosi dietro la rigida applicazione delle norme della Bce (priorità al controllo dell'inflazione) e della Commissione (che impone il rispetto del Patto di stabilità). In pratica la Ue, in una fase economica internazionale fortemente dinamica, non ha dimostrato creatività e ha frenato, e non stimolato, le economie dei suoi membri, principalmente quelli dell'area euro. Proprio per non andare avanti secondo le vecchie linee, è stato impossibile raggiungere un accordo sul bilancio comunitario.
FChe cos'è il bilancio comunitario?
Dal 1970, anno della riforma del bilancio, la Ue dispone di «risorse proprie», cioè di contributi che gli Stati versano alle casse comunitarie, in proporzione al loro Pil, per consentire il finanziamento delle cosiddette «politiche comuni», tra le quali ci sono i «contributi di sostegno» alle aree meno sviluppate. L'importo massimo che gli Stati membri corrispondono come contributo al bilancio dell'Unione è pari all'1,24% del Pil totale dell'Unione europea, ma alcuni Paesi, principalmente Francia, Germania e Gran Bretagna, vorrebbero ridurlo all'1%. Per il bilancio 2007-2013, la Commissione aveva proposto una riduzione dei contributi all'1,056% del Pil europeo. Le spese previste per il 2005 ammontano a 106,3 miliardi di euro; di queste, il 46% è destinato all'agricoltura, e di questo quasi la metà va alla Francia, che pertanto è contraria a ogni modifica, e il 30% alle aree meno sviluppate. Questa ripartizione è ritenuta ormai obsoleta da diversi Paesi, primo tra tutti la Gran Bretagna. A loro volta, diversi Paesi chiedono a Londra di rinunziare ai rimborsi che la Thatcher, rinegoziando il trattato di adesione, ottenne nel 1984, e che attualmente sono pari a 5,3 miliardi di euro. Schröder è con Chirac ma anche in Germania ci si rende conto che l'attuale meccanismo di bilancio dovrà essere rivisto.
GChi sono i «contributori netti»?
Con l'approssimarsi della scadenza per l'approvazione del bilancio Ue 2007-2013, è riemersa la polemica sui «contributori netti», cioè sui Paesi che danno al bilancio comunitario più di quanto ricevono e che vogliono ridurre tale squilibrio. I maggiori contributori sono Germania, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi. I maggiori beneficiari sono Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda.
HQual è la posizione dell'Italia?
Nella ripartizione dei «fondi di coesione», l'Italia aveva assunto una posizione molto ferma prima del vertice: no alla loro riduzione che avrebbe penalizzato soprattutto il Mezzogiorno. E la Commissione, nella sua ultima proposta, modificando quella precedente che assegnava al nostro Paese circa 16 miliardi, aveva in buona parte accolto le richieste italiane in quanto, da 19 miliardi di euro, i fondi strutturali sarebbero stati assicurati al livello di 17,8 miliardi, forse ancora ritoccabili. Ma l'accordo generale non è stato raggiunto soprattutto per l'opposizione più generale al meccanismo stesso del bilancio. Critica, questa, condivisa anche da Berlusconi che, come Blair, ha auspicato che l'Europa guardi al futuro. Sulla stessa linea, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Finlandia.
IChe cosa accadrà?
L'Unione europea va avanti con i Trattati in vigore, in particolare quello di Nizza. Come ha detto Berlusconi, questo mancato accordo sul bilancio non deve essere drammatizzato in quanto c'è ancora un anno di tempo per trovare un'intesa. Il bilancio del 2005 è infatti coperto dall'accordo in vigore che si estende al 2006. Ma ormai è evidente che il nuovo bilancio 2007-2013 dipende da quale modello di Europa emergerà durante questa «pausa di riflessione» che riguarda formalmente la ratifica del Trattato costituzionale.
JE l'euro?
Diversi analisti e leader politici stanno facendo una riflessione semplice: l'unione monetaria prima dell'unione politica è un assurdo logico e pratico. Nell'Eurozona, finché c'erano le monete nazionali, i Paesi con monete forti, come la Germania, i Paesi Bassi e la stessa Francia potevano sopportare di essere «contributori netti» perché recuperavano vantaggi per altre vie. Con la moneta unica, e con le difficoltà economiche sopraggiunte, nessuno vuole più fare regali a nessuno. Invece che maggiore solidarismo, l'euro ha sviluppato maggiore egoismo.