Ecco il videogame buonista Il premio? Aiutare gli altri

Silvia Kramar

da New York

Violenza, stragi, sangue artificiale. Finora il mondo dei videogame per ragazzini somigliava a un inferno digitale, dove i sentimenti più bassi dell’uomo venivano esaltati in nome del punteggio finale e di uno «sport» giocato con una tale frequenza giornaliera da preoccupare genitori, insegnanti e sociologi.
Ma adesso le cose stanno cambiando, grazie a un nuovo trend americano. La grande passione dei teenager americani ha trovato un uso positivo nella genialità del «World food programme» delle Nazioni Unite che è stato il primo a inventare un gioco on line che permettesse ai ragazzini di sentirsi buoni e di aiutare gli altri. Si chiama «Food force» ed era stato presentato lo scorso aprile alla fiera dei libri per l’infanzia di Bologna. A progettarlo erano stati alcuni dipendenti del World food programme, fra cui un’italiana, Paola Biocca, che poche settimane dopo aveva perso la vita sul campo. Ma adesso quel videogame è diventato il best seller americano: a fare il «downloading» sul sito www.food-force.com sono stati più di 3 milioni di giocatori, mentre l’Onu sta per tradurlo in altre lingue oltre all’inglese e al giapponese. «Food force» è il secondo video game on line più giocato d’America, dopo quello dell’esercito americano, «America’s army», usato per reclutare giovani. Ma se quello ideato dal Pentagono era costato ben sette milioni di dollari (e promette un viaggio gratis al Superbowl al vincitore), «Food force» è stato ideato con soli 350mila dollari e non promette alcun premio, se non quello di sentirsi utili agli altri. Nel gioco ci si ritrova su un’isola inventata: Sheylan, nel mezzo dell’oceano Indiano, è un paesino del terzo mondo devastato dalla siccità e dalle guerre civili. Milioni di abitanti stanno morendo di fame. Le immagini sono strazianti. Il giocatore deve intervenire: unendosi al team del World food programme può salire su un Hercules C130, dal quale sgancerà viveri e medicinali sui poveri villaggi di Sheylan. Oppure gli verrà chiesto di pilotare un aereo da ricognizione, di mettersi al volante di una camionetta che deve attraversare strade minate e avamposti dei guerriglieri, tra cui spiccano bambini armati fino ai denti e drogati, pronti a uccidere. Arrivato nella sede locale dell’Onu il giocatore dovrà organizzare le spedizioni e patteggiare il prezzo dei sacchi di riso, di fagioli e di olio. Dovrà programmare una dieta bilanciata per chi sta morendo di fame, soprattutto i bambini, distribuire scatoloni di cibo e ricostruire le piccole comunità devastate dalla guerriglia.
In «Food force», invece di uccidere i ribelli bisogna scendere a patti col loro capo e usare la diplomazia, le donne non sono bamboline sexy ma dottoresse, infermiere e aiutanti coraggiose. Una, la più attiva, è stata disegnata su misura per somigliare a Lara Croft, l’eroina di Tomb raider interpretata da quella Angelina Jolie che, grazie alle sue due adozioni internazionali, è diventata la portavoce dei diritti dei bambini abbandonati nel terzo mondo.
Così il boom di questi nuovi videogame ha anche creato una nuova categoria: quella dei peace game, come «Pax Warrior», che mette i giocatori al comando di una task force dell’Onu responsabile della pace in Ruanda nel mezzo del genocidio del 1994. Un altro gioco, in fase sperimentale, verrà vinto riuscendo a risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi. La rete televisiva Mtv sta chiedendo ai ragazzini di ideare un peace game che si svolga nei giorni difficili del genocidio nel Darfur, in Sudan.
L’appello di questi giochi è chiaro: divertitevi cercando di salvare il mondo. Un messaggio al quale i teenager americani stanno rispondendo con immenso entusiasmo soprattutto quando, inserendosi sul sito di «Food force», leggono questo devastante messaggio: «In questo mondo ogni cinque secondi una persona muore di fame e la maggior parte sono bambini».