GLI ECO-SPORCACCIONI

L’Antartide «napoletanizzata»: cioè piena di munnezza; l’Everest in versione Pianura: praticamente una discarica abbandonata. E poi la foresta amazzonica incontaminata come la riviera Romagnola alle prese con la mucillagine e il deserto del Sahara trafficato più della Salerno-Reggio Calabria a Ferragosto. Tutto merito dell’eco-turismo. Il nemico numero uno di quelli che una volta venivano definiti «paradisi naturali» sarebbe infatti proprio lui: il vacanziere col pallino del «rispetto per l’ambiente».
Peccato che la sua villeggiatura sortisca l’esito opposto, l’«irreversibile danneggiamento della natura circostante». Del resto è ormai storia la figuraccia dell’equipaggio di Goletta Verde che, anni fa, fu sorpreso a scaricare la spazzatura nella piazza storica di Stintino: gli stintinesi se ne accorsero e, con un motoscafo, riportarono i sacchi neri a bordo della goletta che doveva registrare la «qualità del mare».
È di ieri invece l’allarme lanciato ieri da un’équipe di biologi inglesi dalla prima pagina del Daily Telegraph, accuse ben precise nei riguardi dei falsi filantropi del pacchetto-avventura dall’anima verde. Gente che ama la parola «sostenibilità», citandola con la stessa frequenza con cui nel ’68 si «portava avanti il discorso... ». Sono le stesse persone che, con le loro due settimane di vacanze in Papuasia, pensano di «aiutare gli indigeni della foresta a uscire dal loro stato di sottosviluppo». Addirittura l'International ecotourism society (Ies) è scesa in campo per codificare il significato della parola «ecoturista»: «Viaggiatore responsabile in zone naturali la cui attività deve tendere a conserva l'ambiente e sostiene il benessere della popolazione locale». Ci troviamo dinanzi a una tipologia di villeggianti-altruisti che cresce con una media del 5% ogni due anni. Secondo le proiezioni del Sole-24 ore si prevede che nei prossimi 6 anni il «turismo sostenibile» arriverà a pesare per il 25% nel mercato mondiale dei viaggi, per un valore stimato di oltre 473 miliardi di dollari». L’«esploratore di Eden» ha mediamente un'età compresa tra i 35 e i 54 anni, un livello di istruzione elevato e una buona capacità di spesa; preferisce muoversi da solo (13%), in coppia (60%) o con la famiglia (15%). Nei suoi itinerari di viaggio ci sono oltre 13 milioni di kmq, pari a 44.000 aree protette e più del 10% della superficie terrestre.
Un fenomeno che ha lanciato anche nuove professioni: «Da chi valorizza turisticamente le aree protette, fino al mediatore della eco-sostenibilità».
Il risultato che è che perfino in alcune aree dell’Antartide il mare è diventato olioso a causa degli scarichi delle navi che portano fin laggiù (o lassù) un numero sempre maggiore di turisti: nel 2008 saranno 80mila (nel ’90 erano appena 5mila). E che dire dell’Everest? Ormai una bella scalata non si nega a nessuno, col risultato di lasciare lungo le pendici scarti di ogni genere; per non parlare dei campi base, dove vengono prodotti 4 vagoni ferroviari di rifiuti a stagione. Tanto che si è resa necessaria la creazione di un apposito organismo deputato al controllo dell’inquinamento sul «tetto del mondo», il Sagarmatha Pollution Control Committee (Spcc).
Gli impatti ambientali sono segnalati in diverse parti del mondo: erosioni dei sentieri, presenza eccessiva di rifiuti, modificazioni nel comportamento della fauna, deterioramento delle barriere coralline a causa di sprovveduti subacquei e sea-watcher, deforestazione in Nepal e in altre zone per riscaldare e sfamare gli escursionisti.
Con tanti saluti per l’eco-turismo.