Economia e Borsa: cosa rischiamo

Siamo un po' tutti sospesi, in questo momento. Mentre la pallina gira, e neppure sotto i nostri occhi, può forse sembrare assurdo fare qualche ragionamento concreto su alcuni effetti che la scelta elettorale avrà per l'economia italiana. Ci riferiamo ad aspetti di rilevanza anche immediata, considerati sporadicamente come sul filo della cronaca.
Ad urne ancora aperte, la prima riflessione di carattere generale è che, almeno apparentemente, lo scontro elettorale si è sempre più concentrato sulle questioni interne e, via via, sulla politica fiscale che più direttamente tocca i cittadini. Ma questa progressiva chiusura dell'obiettivo su questioni sempre più interne e sempre più in presa diretta con le aspirazioni dei cittadini, da una parte, e con motivazioni difensive, dall'altra, come sulla politica fiscale, è stata appunto nella sostanza più apparente che reale.
Certo, il mondo non sta lì ad aspettarci e i grandi scenari economici mondiali sono di rilievo prevalente in questo momento. L'espansione economica procede con impeto e anche per l'Italia questo è il fattore congiunturale dominante nel 2006, ma con prospettive di lungo corso. Trainante è la domanda estera, anche con aumenti dei costi energetici destinati a pesare sempre più sulle economie non produttrici.
Fermiamoci un momento qui. Questioni come l'abolizione dell'Ici e poi della Tarsu (rifiuti solidi urbani) - ma «solo dopo la realizzazione dei termovalorizzatori» - in realtà si inquadrano nel modello strutturale di riduzione delle tasse a vantaggio dell'economia italiana e della sua competitività di lungo periodo. Ma in questioni come queste non c'è forse in gioco la capacità dell'economia italiana di essere competitiva, proprio sulla base di quel modello? Che è il contrario di quello del centrosinistra. Dunque, l'aggancio attuale dell'economia italiana alla ripresa internazionale sarebbe sicuramente rafforzato dal programma di politica economica del centrodestra.
Altra questione: i mercati finanziari attendono senza fiatare il risultato elettorale. Non è detto, naturalmente, che sia indifferenza o tranquillità, anche se i tassi europei continueranno la loro ascesa lenta ma sicura. E questo potrebbe, al momento, rafforzare la «fiducia» nell'Italia mediante la disponibilità del centrosinistra ad aumentare le tasse e liberare gli ambienti finanziari internazionali dalla preoccupazione per il nostro debito pubblico, dei cui titoli essi sono in gran parte detentori. Ma sarebbe un effetto una tantum, ben meno importante, alla lunga, di un risanamento strutturale dei nostri conti ottenuto mediante una vera trasformazione competitiva della nostra economia: della quale ribadirebbe anzi la rigidità e quindi l'arretratezza conservatrice e retrograda davanti al mondo attuale. Infatti, che proprio questa sia la sigla e l'elemento unificatore del centrosinistra (a parte Berlusconi), ben pochi possono dubitare. Potrebbero dubitarne magari le banche, per la complessa partita di risiko che le attende e che dopo le elezioni riprenderà i suoi movimenti, dato anche il forte rilievo che vi hanno le Fondazioni. Ma anche qui non è detto che le influenze politiche non si rivelino un argomento politicamente trasversale a sé.
Abbiamo soltanto accennato ad alcuni aspetti, forse tra i più ravvicinati di una contrapposizione politica così radicale per il futuro da porre questioni ben più ampie e ben più note. L'economia italiana sarà profondamente diversa - in sostanza del tutto alternativa - a seconda che vinca non soltanto l'una o l'altra coalizione elettorale, ma due antitetiche concezioni della società.
Vedremo. Non c'è ancora molto da aspettare.