Alitalia, il crac dei manager di Stato

Per la bancarotta del 2007 condannati gli ex ad Cimoli (8 anni) e Mengozzi (5). Risarcimenti da 355 milioni

Il dissesto della «vecchia» Alitalia è giunto ieri al primo giudizio del tribunale di Roma, che ha inflitto quattro condanne-choc e tre assoluzioni. Tra i colpevoli di bancarotta gli ex amministratori delegati Giancarlo Cimoli e Francesco Mengozzi, condannati rispettivamente a 8 anni e 8 mesi il primo, a 5 anni il secondo. Chiesti risarcimenti per 355 milioni, di cui 160 a Cimoli.

L'Alitalia si conferma così una delle storie più drammatiche degli ultimi anni, mai finita, un caso di spreco di fondi pubblici, di depauperamento dello Stato che ha continuato per anni a pompare risorse; i magistrati hanno stimato la voragine delle perdite in 4 miliardi, ma considerando tutte le ricadute, il danno è incalcolabile.

Parliamo di «due Alitalie fa»: di quella pubblica, quotata in Borsa, poi commissariata, rilevata dai capitani coraggiosi di Cai, alla quale è succeduta l'Alitalia di oggi, targata Etihad. Le accuse per tutti erano di bancarotta nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007; contestate una serie di operazioni «abnormi o ingiustificate sotto il profilo economico e gestionale».

Nel dettaglio, la pena più alta è andata a Cimoli, presidente e ad della compagnia dal maggio 2004 al febbraio 2007, 6 anni e mezzo a Pierluigi Ceschia, già responsabile del settore Finanza straordinaria, sei anni a Gabriele Spazzadeschi, all'epoca direttore centrale del settore amministrazione e finanza, 5 anni a Mengozzi, amministratore delegato dal febbraio 2001 al febbraio 2004. Assolti gli ex funzionari Giancarlo Zeni e Leopoldo Conforti, e Gennaro Tocci, già responsabile del settore Acquisti e gestione asset flotta.

I due manager più noti, Mengozzi e Cimoli, succedutisi alla guida della compagnia, provenivano entrambi dalle Ferrovie dello Stato e rientravano in quel bacino di manager pubblici nel quale, all'epoca, venivano scelti i vertici della compagnia controllata dal Tesoro. Al di là di errori di valutazione e di scelte rivelatesi sbagliate (Mengozzi, alle prese con il dopo-11 settembre, tagliò rotte e attività provocando un ridimensionamento da cui Alitalia non si riprese più), le condanne rendono l'idea di una gestione economico-finanziaria praticamente fuori controllo. Molte polemiche, per esempio, accompagnarono già all'epoca un incarico alla società di consulenza McKinsey, che per elaborare il piano industriale della compagnia presentò una parcella da oltre 40 milioni.

Le richieste di risarcimento rispecchiano la gravità del danno: 355 milioni di euro, in solido, ai quattro condannati, di cui 160 inflitti al solo Cimoli, che dalle condanne appare come il manager più responsabile della «mala gestio». A chi andrà questo denaro? Alle parti civili, cioè ai commissari delle quattro società del vecchio gruppo Alitalia; i risarcimenti entreranno nell'attivo delle procedure e saranno messi a disposizione dei creditori. Ai quattro imputati è stata applicata l'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Cimoli (classe 1939), per un anno non potrà assumere cariche direttive presso imprese.

L'indagine della procura di Roma partì a fine 2008 e coinvolse, in un primo tempo, una settantina di persone. L'inchiesta fu conclusa nel luglio 2011, e pochi mesi dopo fu depositata la richiesta dei sette rinvii a giudizio. Le condanne di ieri sono superiori a quelle che erano state richieste in giugno con la requisitoria del pm, che aveva chiesto sei anni per Cimoli e tre anni per Mengozzi.

Ora gli avvocati aspettano le motivazioni della sentenza (entro 15 giorni) per poi opporre appello entro i 30 giorni successivi. I legali puntano a ottenere l'assoluzione in secondo grado, perchè la prescrizione non è all'orizzonte: il termine scatterebbe non prima del 2021.