Auto, tagli al lavoro per fare l'elettrica

Dopo Audi ecco Daimler: 10mila esuberi per finanziare la transizione

Daimler taglia 10 mila posti di lavoro entro il 2022 e segue a ruota Audi, Ford e Honda che in nome della transizione verso l'auto elettrica hanno dato una sforbiciata massiccia alla forza lavoro. «Un'emorragia occupazionale destinata a continuare» - commenta al Giornale Giuseppe Berta, storico dell'economia e dell'auto, spiegando che «il fenomeno non è un problema esclusivo delle case automobilistiche tedesche, ma un caso mondiale, e soprattutto europeo, legato al fatto che il passaggio dal diesel all'elettrico implica il 30-35% in meno di componenti e un know-how completamente diverso».

Numeri con i quali fare i conti e che hanno portato anche Daimler (che in Germania occupa 130mila persone) a correre ai ripari. Alcune delle uscite avverranno tramite mancate sostituzioni, altre tramite un programma di prepensionamento per un piano che, nelle intenzioni dell'azienda tedesca, porterà risparmi per 1,4 miliardi di euro. Proprio nei giorni scorsi anche Audi aveva annunciato un programma di tagli straordinari per almeno 9.500 posti, sempre in Germania. Un mercato in rivoluzione che sta coinvolgendo anche «l'indotto»: il produttore di pneumatici Continental, in settembre, aveva deciso una sforbiciata da 20mila posti.

In totale, quest'anno, i tagli annunciati hanno riguardato circa 50mila persone, una cifra dà l'dea della crisi in cui versa il mercato dell'auto.

«E non finirà qui» avverte Berta spiegando che «il cuore dell'industria automobilistica europea è sempre stata il diesel e che il cambio di paradigma del legislatore non potrà che mietere nuove vittime dal punto di vista occupazionale». Non è escluso che la questione arrivi a coinvolgere anche altri big dell'auto, compresa Fca. «Dobbiamo vedere quali saranno le prospettive della fusione con Psa, ma tante vie d'uscita non ce ne sono».

Guardando ancor più indietro, i primi segnali dell'effetto elettrico sulle quattro ruote sono arrivati nel giugno scorso da Ford, con 12mila tagli programmati entro la fine del 2020 e la chiusura di sei impianti su diciotto. In precedenza Honda aveva confermato la chiusura della storica fabbrica inglese di Swindon nel 2021, con la cancellazione di 3.500 posti di lavoro.

D'altra parte, dietro l'affermazione del paradigma elettrico, vi sono la pressione e la convergenza di una pluralità di fattori, spinte ambientaliste in primis. E certo il «Dieselgate», lo scandalo delle alterazioni delle emissioni emerso nel 2015, non ha aiutato.

Non è un caso che l'annuncio di Daimler sia arrivato il giorno dopo l'approvazione all'Europarlamento di una risoluzione per limitare le emissioni di CO2 e favorire la transizione dai motori termici a quelli elettrici: -55% di emissioni, entro il 2030, per diventare climaticamente neutrale entro il 2050. A peggiorare il quadro, e a performance del titolo che ieri ha perso l'1,46% a 51,20 euro la notizia che la motorizzazione federale tedesca (Kba) ha riscontrato due dispositivi di spegnimento nel sistema di controllo dei gas dei veicoli diesel Daimler che modificavano i valori dei gas di scarico. Secondo lo Spiegel sono ora a rischio richiamo 1,3 milioni di veicoli. La Daimler nega di aver violato la legge e ha presentato ricorso.