Banche, la lezione della crisi non è servita

Il collasso di Lehman Brothers e la peggior crisi economica dal Dopoguerra non sembrano aver insegnato molto alle banche di mezzo mondo, che nell’ultimo anno hanno accastasto altri prodotti derivati nei propri magazzini, nel tentativo di spingere la redditività, ovviando alla contrazione del business tradizionale. Il dato, calcolato dagli esperti di R&S Mediobanca nello studio «Dati cumulativi delle principali banche internazionali», lascia pochi dubbi: l’industria del credito europeo a fine 2011 aveva in cassaforte derivati per 5.853 miliardi, il 33% in più rispetto a dodici mesi prima. In sostanza 1 euro su 4 del totale attivo erano strumenti speculativi, niente a che vedere quindi con l’economia reale e i bisogni lantenti di famiglie e imprese. Ancora più pesante il fardello in America dove i derivati (+27,5% a 4.953 miliardi di dollari) rappresentano un terzo dell’attivo complessivo una volta tolta la maschera delle procedure contabili di mitigazione del rischio che li abbatterebbero al 3%. Malgrado le alchimie, i big del credito continuano a soffrire dopo la debacle del 2011; fa eccezione l’Italia con Intesa Sanpaolo e Unicredit che dopo le svalutazioni choc di fine 2011, hanno iniziato l’anno in espansione.
UNA VERA «BOMBA»
A dicembre i derivati rappresentavano da soli il 53,2% del Pil aggregato del Vecchio continente, contro il 42,8% del 2009, tra il picco di Svizzera (254,1%) e Regno Unito (106,2%), il 55,3% della Francia, il 38,4% della Germania, il 15,3% della Spagna e il 10,7% dell’Italia. I prodotti speculativi valgono 7 volte il patrimonio netto tangibile in Europa e 8,7 volte negli Usa. Una massa instabile enorme, come dimostra il caso JpMorgan: secondo Piazzetta Cuccia, che ha fatto le pulci ai primi 18 istituti mondiali, una perdita del 10% sui derivati spazzerebbe via il 55% del patrimonio netto delle banche europee e il 59% di quelle americane.
LA CRESCITA DI UNICREDIT

E INTESA SANPAOLO
Nel primo trimestre i big del credito europeo hanno visto i ricavi scendere dell’8,1% e l’utile del 32,1%, a fronte di una diffusa contrazione dell’attività. In controtendenza Intesa Sanpaolo (+14,5% i proventi e +21,6% il risultato netto) e Unicredit (+2,5% i ricavi e +12,8% l’utile).
Le due big bank italiane rischiano, però, svalutazioni sulle attività immateriali: Intesa e Unicredit hanno «intangibles» con incidenze sui mezzi propri al di sopra della media Ue (21,3%) e pari rispettivamente al 31,5% e al 28,6%, per un ammontare di circa 15 miliardi cadauno.
L’INCOGNITA DEI GIIPS
Al rischio derivati si sommano le conseguenze della guerra del debito sovrano. Le banche europee detengono 161,6 miliardi di Btp, mentre l’esposizione verso i Giips (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna) è di 293,2 miliardi. In particolare, le svalutazioni sui titoli greci hanno comportato finora oneri per 21 miliardi.