Le banche «richiamano» le Fondazioni

Gli enti cercano l'aiuto dei fondi per il riassetto. Guzzetti, Mps e la variabile Apollo per Carige

Camilla Conti«Credo che nelle prossime settimane si possa trovare una soluzione positiva anche per quelle realtà che richiedono un intervento come Mps, Carige e le due venete». Così parlò Giuseppe Guzzetti lo scorso 24 marzo. Il presidente dell'Acri, l'associazione delle Fondazioni, e della Cariplo - non parla mai a caso. Per questo c'è chi ha subito pensato al suo ultimo messaggio sibillino quando alla vigilia di Pasqua è spuntato il fondo americano Apollo pronto a mettere sul piatto mezzo miliardo per comprarsi un pacchetto di crediti deteriorati di Carige ed entrare anche nell'azionariato dell'istituto ligure attraverso un aumento di capitale riservato. Il tutto con la benedizione della Banca centrale europea. Che sta sempre con il fiato sul collo di altre «sorvegliate speciali» del sistema come Mps, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Se le nozze fra Bpm e Banco Popolare possono accendere la miccia del risiko bancario, infatti, prima delle fusioni servono soci stabili e con le tasche gonfie di liquidità. Ma chi può trovarli? E chi può garantire stabilità a un sistema del credito che sta attraversando una trasformazione epocale sotto il controllo, sempre più vigile ed esigente, di Francoforte? Ricordando l'ultima «profezia» di Guzzetti la risposta parrebbe una: le fondazioni. Oggetto negli ultimi anni delle polemiche più aspre per il loro lato oscuro, quello degli enti che a Siena e a Genova si sono aggrovigliati con le banche di riferimento per alimentare privilegi e poltrone snaturando la loro stessa natura, le fondazioni sono reduci da un accordo firmato l'anno scorso con il Tesoro che ha sancito la loro uscita graduale dal capitale degli istituti nell'arco di tre-cinque anni. Garantendo comunque un adeguato livello di erogazioni al territorio in vista di un ruolo più attivo degli enti sul fronte del cosiddetto «terzo settore». Del resto, la linea di Guzzetti dettata da tempo agli enti è questa: cedere le quote delle banche di riferimento per fare cassa (o, nel caso Siena, addirittura per salvarsi dal fallimento), e aprire la porta a investitori stranieri opportunamente selezionati. Come i sudamericani entrati nel Monte dei Paschi, o come il colosso Usa dell'investimento Blackrock, che è diventato uno dei principali azionisti di Intesa e Unicredit. Il consolidamento bancario non può prescindere dalle mosse degli enti: la Fondazione Cariverona segue con attenzione i movimenti in corso sulle popolari del Nord-Est che sono a caccia di 3,7 miliardi di liquidità. Senza dimenticare gli enti soci di Unicredit, che deve garantire l'aumento di capitale della popolare vicentina, da varare entro aprile, mentre quello di Veneto Banca, in caso di inoptato, è sulle spalle della Imi controllata da Intesa, che conta fra i suoi azionisti sia Cariplo sia la Compagnia Sanpaolo. Senza dimenticare la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze presieduta da Umberto Tombari, fondatore dello studio legale dove ha lavorato anche il ministro Maria Elena Boschi, che ha appoggiato solo dall'esterno la lista presentata dalle principali fondazioni per il rinnovo del cda di Intesa. Anche il governo ha capito di avere bisogno delle fondazioni e non è un caso se auspica un giorno sì e l'altro pure un intervento della Cassa Depositi e Prestiti, di cui gli enti sono ancora azionisti dopo il Tesoro. Guzzetti ha sempre risposto picche ricordando anche che la Cdp nel suo statuto ha il vincolo che non può fare investimenti in aziende fallite o che siano in perdita. Ciò non significa che il dominus dell'Acri, grande vecchio della finanza cattolica, si disinteressi del risiko invocato dalla Bce. Anzi.