Il bond scade fra 100 anni ma l'Argentina fa il "sold out"

I rendimenti che sfiorano l'8% attirano fondi pensioni e assicurazioni nonostante i sette default del Paese

Il ballo venefico e maledetto dei Tango-bond sembra ormai dimenticato. Almeno a giudicare dal pigia-pigia con cui gli investitori hanno cercato di mettere le mani sui 2,5 miliardi di dollari di titoli pubblici, con scadenza fra 100 anni, emessi dall'Argentina. Le richieste hanno infatti superato i 9,7 miliardi, 3,5 volte l'offerta, determinando un abbassamento del rendimento dall'8,25% della stima preliminare al 7,9%. Non è molto, secondo alcuni analisti. Soprattutto per un Paese con ancora fresco lo stigma dell'ultimo default da 100 miliardi, dichiarato nel 2001 ma risolto dopo innumerevoli dispute internazionali solo lo scorso anno, e che nel corso della propria storia ha alzato per ben sette volte la bandiera bianca della bancarotta.

Proporre un bond secolare avendo la fedina sporca del serial defaulter poteva in effetti rivelarsi un azzardo. Buenos Aires sembra però aver vinto la scommessa: mette in cascina altro fieno fresco per far respirare le casse pubbliche e incassa un buon viatico in vista dei collocamenti già programmati nei prossimi mesi per un ammontare complessivo di 2,6 miliardi. Con valuta di riferimento ancora da stabilire. Forse euro, oppure yen, o magari franchi svizzeri. Ciò che più conta, ora, è che il tutto esaurito registrato dal century-bond, un esperimento finora tentato solo da Regno Unito, Irlanda e Messico, esprime una recuperata fiducia verso un Paese i cui rating espressi dalle tre principali agenzie di valutazione sono ancora ben al di sotto dell'investment grade.

Perché, dunque, gli investitori non hanno avuto esitazioni nell'approcciare il titolo secolare? Per almeno due motivi. Il primo rimanda alle prospettive di ripresa economica dell'Argentina. Tutto è nelle mani di Mauricio Macri, il presidente di centro-destra succeduto a Cristina Kirchner. Il nuovo inquilino della Casa Rosada ha fatto subito piazza pulita di tutti i vincoli imposti dalla presidenta: via le restrizioni ai movimenti di capitale, e impulso al commercio internazionale. Le riserve di valuta straniera sono infatti salite dai 21 miliardi di dollari di fine 2015 ai 46 miliardi del mese scorso. Molto resta però ancora da fare, in particolare sul fronte dell'inflazione (al 24%), surriscaldatasi in seguito alla deregulation imposta ai prezzi dell'energia. E anche l'andamento del Pil del 2016 (-2,3%) riflette i problemi ancora irrisolti, nonostante le previsioni per quest'anno indichino un netto miglioramento della situazione economica (+3%).

Eppure, il riformismo di Macrì non sarebbe bastato a ottenere un'adesione così massiccia per il bond a 100 anni se il mercato non fosse in una condizione molto particolare, quella determinata dai tassi tenuti dalle banche centrali estremamente bassi. Una condizione che sta spingendo da tempo i fondi pensione e le compagnie di assicurazione, i soggetti che più di tutti devono garantirsi ritorni di lungo periodo, a dare la caccia ai pochi titoli che presentano rendimenti allettanti. Anche a costo di assumere dei rischi. Resta però da capire se le strette monetarie avviate dalla Federal Reserve determineranno, come molti temono, una fuga di capitali dai Paesi emergenti che potrebbe coinvolgere anche l'Argentina.