Calzature, rallenta la crescita ma l'export premia il made in Italy

La sfida della crisi vinta dalle imprese che hanno innovato. Il presidente di Assocalzaturifici: "Tre priorità, impegno per marchio obbligatorio 'made in Ue', taglio del cuneo fiscale, sostegno all'export"

Il messaggio rivolto alla politica è preciso e mirato su tre priorità, inutile in tempi crisi prolungata girare troppo attorno ai problemi, così quello dato dalle imprese calzaturiere italiane allo Shoe Report 2013 presentato a Roma, a due passi da Montecitorio, è stato un taglio particolare, un incontro-confronto-dibattito con cui il settore "si racconta al mondo politico" in occasione della presentazione del Rapporto annuale sul settore calzaturiero italiano, il quinto della serie e questo ha una sua importanza perché delinea trend, trasformazioni, prospettive di questa parte importante del made in Italy, del nostro manifatturiero che coniuga alto artigianato, grande produzione, creatività, design, fashion in grado conquistare i grandi mercati mondiali con calzature uniche, che possono soltanto essere imitate. Priorità che si chiamano "made in", cuneo fiscale, agenzia per l'internazionalizzazione.

"Ci muoviamo su un terreno di concretezza e pragmatismo perché abbiamo un'idea chiara sulle cose da fare per sostenere il settore manifatturiero italiano, la piccola e media impresa diffusa sul territorio nei distretti produttivi - spiega Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici -, ricordo che produciamo circa 200 milioni di paia di scarpe e che se il mercato nazionale è in forte sofferenza per il perdurare della crisi economica, riusciamo a tenere anche incrementando le posizioni, esportando con successo sui grandi mercati mondiali dove la calzatura italiana e il fascino del made in Italy che esprime attraverso il nostro lavoro. Per questo è importante il dialogo con la politica, perché se si parla di ripresa, sviluppo, lavoro non si può non farlo mettendo a confronto diretto politica e realtà imprenditoriali".

"Riteniamo fondamentale che la politica intervenga su questi temi - aggiunge Sagripanti -. per quanto riguarda il 'made in' chiediamo che governo e parlamentari italiani intervengano con decisione per chiudere la questione del marchio obbligatorio sui prodotti, a garanzia di imprese e consumatori che vengono danneggiati dalla mancanza della certificazione Ue, unico continente al mondo che non ha alcuna forma di controllo e arrivano prodotti che di italiano o francese solo perché hanno un'italian o un french sound ma di europeo non hanno un bel nulla. E a questo ricordo che si lega il tema pesante della contraffazione che fa danni gravissimi. Abbiamo fatto un'azione importante coinvolgendo altri settori industriali come ceramica e arredamento portando in questa battaglia anche il consenso di imprese ed europarlamentari non solo italiani. Ora chiediamo che l'Italia e le sue istituzioni facciano vedere che credono in questa sfida nel momento in cui a livello europeo si torna a dare importanza alla crescita del settore manifatturiero".

Il presidente di Assocalzaturifici ribadisce poi l'importanza di intervenire per abbattere il cuneo fiscale per ottenere due obbiettivi: ridurre i costi del lavoro troppo alti per le imprese rispetto alla concorrenza e mettere più soldi nelle buste paga dei lavoratori. "Da un lato di recupera competitività sui concorrenti, dall'altro si aiuta la ripresa dei consumi che devono assolutamente ripartire al più presto. Ma chiediamo che la riduzione del cuneo venga fatta compensandola con tagli degli sprechi e non spostando il carico fiscale da compensare su consumi e servizi, altrimenti sarebbe del tutto inutile...".

E sul tema dell'export e dei nuovi mercati, Sagripanti ricorda la terza priorità legata all'Agenzia per l'internazionalizzazione, braccio armato per sostenere e guidare le imprese italiane sui mercati esteri giocando un ruolo di primo piano nel sostegno alla piccole e medie imprese. "Siamo stati e primi a dire no al taglio dell'Ice perché ritenevamo e riteniamo essenziale il suo ruolo, ma il governo deve metterci risorse, farlo funzionare come un'agenzia che abbia una forte operatività con manager qualificati ed esperti perché l'export è quello che ci salva. Deve accompagnare le iniziative sui mercati, fornire supporto alle imprese sui mercati più importanti anche con attenzione alle fiere. Ricordo - aggiunge - ad esempio che come associazione facciamo 25 saloni da 100 a 1000 espositori con il marchio The Micam, brand che stiamo esportando sempre di più all'estero ed arriverà anche a Las Vegas e Mosca. Sono eccellenti vetrine per la fascia di calzature medio alta, quella più apprezzata del made in Italy e portano non solo ordini, ma aiutano a cercare partner per chi è interessato a potenziare o creare una rete di distrubuzione su grandi mercati come ad esempio la Cina".

Il Rapporto sul settore calzaturiero, realizzato da Nadio Delai di Ermeneia, è stato al centro del dibattito che visto alternarsi molti attori fra cui Raffaello Vignali, della commissione Attività produttive, Matteo Colaninno responsabile economico del Pd, la vice presidente della Commissione commercio internazionale del parlamento europeo Cristina Muscardini intervenuta in call conference, deputati e senatori dei diversi schieramenti.

Che cosa emerge dallo Shoe Report 2013? Innanzitutto il rallentamento del trend di crescita rispetto al biennio 2010-2011 (da qui le rinnovate richieste da parte delle imprese perché il quadro del settore, che è ancora positivo, non si deteriori ma riprenda slancio). Crescita che frena ma anche segnali positivi di ripresa per le aziende più dinamiche ed efficienti che hanno saputo e sanno reinventarsi cogliendo l’opportunità di riscatto che la crisi offre. Il Rapporto approfondisce le dinamiche congiunturali del settore calzaturiero che da sempre contribuisce alla tenuta del made in Italy ma che, come tutti gli altri, accusa le conseguenze della crisi economica. E' un modo per far conoscere quale sia e quale potrà essere il contributo del settore calzaturiero alla crescita economica e sociale del Paese, nonostante si assista al rallentamento del trend di crescita con il totale dei volumi esportati nel 2012 diminuito del 6,4% rispetto al 2011, compensato da una crescita del valore delle esportazioni, aumentate del 2,5%.

Il 94% dell’export italiano proviene dalle sette principali regioni a vocazione calzaturiera con le prime quattro – Veneto, Toscana, Marche e Lombardia, in ordine di fatturato estero – che coprono l’80% delle vendite all'estero. Queste regioni hanno dimostrato la tenuta del manifatturiero italiano nonostante la difficoltà dei mercati, recuperando oppure superando a fine 2012 i livelli pre crisi. Il mercato interno continua ad essere in sofferenza sia come quantità dei consumi (-3,6%) sia come valore (-4,2) anche se l’andamento del saldo commerciale netto registra un aumento del 12,4%. Andamento confermato anche dalle proiezioni per i primi tre mesi del 2013: consumi interni (-4,7% in volume),aumento della domanda estera in valore (+ 2,1%).

Nel Rapporto si evidenzia come, per fronteggiare la crisi, il settore calzaturiero stia attuando una forte capacità reattiva. “Sebbene la situazione interna continui a preoccuparci a causa della perdurante contrazione dei consumi – spiega Cleto Sagripanti - dal Rapporto emerge che la crisi contribuisce a selezionare le aziende più dinamiche ed efficienti rispetto alle altre, oltre a portare al cambiamento dei modi di produrre e della distribuzione. È una sfida che rappresenta però una grande opportunità, da cui innescare il circolo virtuoso della ripresa”.

Ma se la necessità di misurarsi con con le sfide della crisi può rappresentare uno stimolo a un diverso positivo approccio delle aziende sui mercati, provoca anche un indebolimento della filiera. Tra il 2000 e il 2012, il numero di imprese calzaturiere si è ridotto del 29,2%, quello degli addetti del 29,9%. I volumi di calzature prodotte è sceso del 49% compensato solo in parte sul fronte del valore dell’export (+ 16%). Da questa analisi emerge come solo le aziende pronte a cogliere le opportunità per innovarsi e rinnovarsi, cambiando le proprie strategie, la struttura aziendale, il loro modello di business, sapranno beneficiare degli effetti positivi della crisi. A riprova di questo, lo spostamento dei volumi di esportazione verso i paesi dell’Est e del Far East: l’export registra una crescita in valore pari al 14,7% per il mercato russo, 17,1% per il Giappone, 20,4% per Hong Kong, 25,0% per Corea del Sud e 40,7% per la Cina.

La crisi rafforza anche la differenziazione tra le imprese: ad esempio, le aziende che hanno percepito molto la crisi sono il 44,5% del campione intervistato (-47,4% dello scorso anno) a fronte di un 55,5% che non ne ha risentito per niente o poco, spaccando quasi a metà le aziende del campioneo. La divaricazione riguarda anche i dati dell’export: il 57,1% del campione registra una crescita, mentre il 37,5% registra una contrazione. Stessa indicazione anche per i dati relativi alla propensione agli investimenti: il 55,3% del campione dichiara che nel 2012 gli investimenti sono cresciuti, a fronte di un 39,3% che invece riscontra un andamento in diminuzione.

“In questo clima di sostanziale sfiducia nel futuro, è necessario porre al centro l’economia reale e in particolare la manifattura – conclude Cleto Sagripanti - senza dimenticare che la ripresa parte certamente “dal basso”, ossia dall’azione delle singole imprese, ma ha necessariamente bisogno di sostegno e impulso “dall’alto”, ossia attraverso l’azione delle Istituzioni. Dobbiamo lavorare tutti affinché ci sia una convergenza tra i diversi protagonisti che ruotano attorno al mondo della calzatura fino a costituire una vera e propria “relazionalità di sistema”, in cui aziende, associazioni, sistema finanziario e istituzioni collaborano e condividono gli sforzi per superare la fase complessa che viviamo da anni e per imboccare così la via dello sviluppo. Occorre sfruttare l’opportunità del cambiamento per avviare un nuovo ciclo di crescita”.

Commenti

Baloo

Gio, 11/07/2013 - 04:03

Va bene il settore calzaturiero italiano? Se lo compreranno i francesi e poi manderanno le maestranze a casa in cassa integrazione delocalizzando dove troveranno convenienza. Ma sono in agguato anche sceicchi del petrolio e cinesi.. Vuoi scommettere?