Draghi contro il muro di Berlino

Attesa una replica dopo gli attacchi di Schaeuble alla sua gestione. Ma ora SuperMario ha un alleato tedesco

Rodolfo Parietti

Dopo gli effetti speciali in marzo, con la profonda ricalibratura del quantitative easing, la riunione di oggi della Bce assume i caratteri della routine. Niente sorprese, nessun annuncio in grado di scuotere i mercati. Eppure, l'appuntamento resta importante alla luce dei ripetuti attacchi subiti nell'ultimo mese da Mario Draghi dal fronte tedesco. Un fuoco incrociato che ha visto protagonista il collerico ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, con il supporto dell'artiglieria pesante delle Sparkasse, della Confindustria teutonica e della Csu. Se l'ampliamento del piano di acquisti (da 60 a 80 miliardi al mese) è stato mal digerito, ancor più indigesta è risultata la decisione di far scivolare ulteriormente in territorio negativo i tassi sui depositi (da -0,30 a -0,40%), un'autentica spina nel fianco per chi è da sempre abituato a garantire ai clienti rendimenti particolarmente allettanti.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata probabilmente la definizione di «molto interessante» appiccicata da Draghi all'ipotesi dell'helicopter money, ovvero la distribuzione diretta di denaro ai cittadini da parte della Bce. Si tratta di una misura da ultima spiaggia. Avendo l'Eurotower ancora margini di manovra in fatto di stimoli (dallo shopping di titoli azionari all'acquisto delle sofferenze bancarie, tanto per fare due esempi), è evidente che non è proprio in cima all'agenda un'opzione così estrema, tale tra l'altro da compromettere quella maggioranza schiacciante su cui l'ex governatore di Bankitalia può contare all'interno del board.

Eppure, la reazione di Berlino è stata scomposta, rivelando una sensibilità esasperata verso tutti ciò che - anche solo potenzialmente - viene visto come una fonte di pericolo. Dimenticando la gestione ondivaga dei profughi da parte di Angela Merkel, Schaeuble ha accusato Draghi di agevolare l'ascesa dei partiti di estrema destra, oltre che di creare buchi nelle tasche dei risparmiatori, mentre la Csu ha chiesto senza mezzi termini che il successore dell'«italiano» sia un tedesco «fedele alla tradizione della Bundesbank di stabilità valutaria». Attacchi diretti che hanno costretto perfino il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, uno dei più tenaci oppositori delle politiche di allentamento monetario, a intervenire, più che in favore di Draghi, a difesa dell'autonomia di quella Bce che sarà chiamato a guidare dal 2019. Più interessante appare invece la posizione espressa ieri dal ministro tedesco e vice-cancelliere, Sigmar Gabriel. È una posizione in netto contrasto rispetto a quella di Schaeuble non solo sulla gestione della banca centrale, ma soprattutto sulle politiche di austerity, che lascia intravvedere una spaccatura all'interno della coalizione di governo. Il problema non sono la Bce o Draghi, ma «la mancanza di disponibilità a rinunciare a concentrarsi soltanto sul risparmio» e la «politica economica sbagliata» dell'Unione europea, di fronte alla quale l'Eurotower è costretta a reagire. Basta con il rigore eccessivo, da sostituire con «un'offensiva sugli investimenti in Europa, che alleggerisca la banca centrale». E basta anche con i tedeschi che «pensano sempre di saperne più degli altri» e non fanno altro che «dare lezioni» a tutti. Di questi, «gli europei sono stufi».