Draghi mette i tedeschi in fuorigioco

"Avanti con gli aiuti, troppo presto per ridurre il Qe: l'inflazione non è un problema"

Avanti così, chè per correggere la rotta c'è ancora tempo. Fermo come un paracarro, Mario Draghi non deflette dall'idea che si è fatto. Questa: «Non ci sono segnali di un rialzo convincente dell'inflazione». Non basta qualche segnale di ripresa, oltretutto drogato dai rincari energetici, per assecondare i desiderata della Germania di smantellare il quantitative easing, ovvero di suonare la ritirata dal programma di sostegno. «Di tapering non si è parlato, nè questa volta, nè in dicembre», chiarisce in conferenza stampa il presidente della Bce a pochi minuti dalla riunione in cui il board ha mantenuto invariata la politica monetaria, confermando fino a dicembre il piano di acquisto titoli, da aprile tagliato da 80 a 60 miliardi mensili. In ogni caso, tipico mantra in casa Bce, «siamo pronti a fare di più se l'outlook peggiora».

Eppure, l'ex governatore di Bankitalia continua a essere tirato per la giacchetta, con il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, tornato ieri a sottolineare come ci siano «problemi politici a spiegare l'orientamento della Bce». «Una dichiarazione comprensibile», il commento di Draghi. Ma difficile da condividere per chi, come il numero uno della banca centrale, è convinto che anche i tedeschi traggono vantaggio dalle misure varate dalla Bce. «Dobbiamo essere pazienti - spiega - , se la ripresa crescerà, saliranno i tassi. E poi - aggiunge - ricordiamo che di questi tassi anche i risparmiatori tedeschi ne hanno beneficiato, come prestatori, come imprenditori». Neppure quella sorta di decoupling sui prezzi al consumo nell'eurozona, con l'inflazione salita dell'1,7% in Germania e con l'Italia ancora in deflazione, sembra preoccupare Draghi: «Quanto è probabile che questa divergenza diventi ingestibile? Non molto. La divergenza verrà gestita e abbiamo visto altre divergenze di questo genere restringersi negli ultimi due o tre anni». Insomma: Francoforte reputa come transitori gli attuali (e circoscritti) rincari. Nulla di strutturale. Il trend dell'inflazione diventerà determinante, puntualizza il banchiere centrale, quando sarà «di medio termine, durevole, autosostenibile, nel senso che perdurerà anche qualora dovesse venire meno il nostro sostegno straordinario, e che valga per tutta l'Eurozona». Ci vorrà dunque ancora tempo, e forse non poco, prima che la Bce cominci a pensare alla rottamazione del quantitative easing, un piano su cui è stata unanime la soddisfazione nel consiglio direttivo per i risultati ottenuti. Anche da parte di Jens Weidmann, capo della Bundesbank e feroce oppositore del Qe? «Le ammissioni pubbliche di colpa in stile maoista non fanno parte della nostra procedura», la risposta salace di Draghi.

L'atteggiamento prudente della Bce sembra tuttavia riconducibile anche alla fitta agenda politica in Europa (elezioni quest'anno in Olanda, Francia e Germania) e all'arrivo di Trump alla Casa Bianca. Rispetto ai propositi di The Donald di mettere in campo azioni per indebolire il dollaro, Draghi si è limitato a osservare che «c'è grande consenso in seno al G7 e G20 per evitare ogni tipo di svalutazione competitiva. C'è un protocollo che dice come i Paesi devono comportarsi sui tassi di cambio». Il problema è che il successore di Obama non pare troppo incline a rispettare le regole.

Abbottonato sul tycoon-presidente, Draghi si è chiuso a riccio nel rispondere a chi gli chiedeva di commentare le parole di Padoan sull'eccessiva durezza della vigilanza Bce nella vicenda Mps: «Abbiamo rigidi principi di separazione e non chiederei mai a Daniele Nouy (responsabile della vigilanza Bce, ndr) di commentare sulla politica monetaria».