E la ripresa Usa mostra crepe nei consumi

Una «prematura normalizzazione della politica monetaria» comporterebbe «costi sostanziali» per l'economia Usa. Il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, sembra ormai l'ultimo dei mohicani, essendo tra i pochi che ancora combattono l'idea di alzare i tassi in dicembre. Ha torto, Evans, quando punta il dito su un'inflazione quasi da rigor mortis e su un mercato del lavoro «non abbastanza» vicino all'obiettivo di piena occupazione? Pare di no. Perché perfino un termometro talvolta fasullo come il Pil (un modesto +1,5% nel terzo trimestre) ha mostrato le smagliature di un'economia in cui i nuovi posti di lavoro creati riguardano perlopiù camerieri, baristi, commessi e over 55 impegnati part time. E che l'abbacinante recovery raccontata da taluni sia assimilabile a una favoletta, è dimostrato da alcuni dati su quella che è - da sempre - la colonna portante degli Stati Uniti: ovvero i consumi, il cui peso sul prodotto lordo è pari al 70%.L'importante è prendere con le pinze le statistiche sulla consumer spending: offrendo una media, nascondono realtà ben più variegate. Prendete per esempio il Texas, lo Stato che più di tutti sta soffrendo la crisi dello shale oil provocata dal crollo dei prezzi petroliferi: solo nel settembre scorso quasi 90mila persone si sono viste consegnare una lettera di licenziamento. E come si comportano i molti finiti a spasso negli ultimi mesi e anche coloro che il posto temono di perderlo? Semplice, danno una bella regolata ai bilanci domestici. L'effetto risulta evidente dalle vendite al dettaglio (auto escluse): quando il petrolio da roccia pareva l'albero della cuccagna, cioè tra il 2012 e il 2014, correvano a un ritmo prossimo al 6%, una percentuale non molto distante dal passo spedito pre-Lehman; nel 2015, invece, flirtano con la crescita zero. Anzi, in una città come Houston gli acquisti sono già finiti nel freezer in ottobre (-0,8% circa), e l'andamento dei primi sei mesi è da encefalogramma piatto. E anche a Dallas non stiamo su ritmi da country music: +0,4% il mese scorso, +0,4% nel primo semestre. Ma non è solo il Texas a pagare pegno alle difficoltà dell'industria petrolifera. Anche metropoli come Washington, Atlanta e Los Angeles sono in sofferenza da consumi, mentre se la passano meglio New York, Boston e Miami, a dimostrazione di una situazione molto frastagliata tra Stato e Stato. In ogni caso, altri due indicatori segnalano il malessere finanziario degli americani. Il primo riguarda le declinanti presenze nei ristoranti, in aumento del 10% fino all'anno scorso e in costante discesa da gennaio (ora l'aumento è di circa il 7%); l'altro è la progressiva contrazione delle spese nei supermarket (dal +4% fra il 2013 e il 2014 al +2% di quest'anno). Insomma: pare proprio che la classe media Usa non abbia granché beneficiato della politica monetaria della Federal Reserve.RPar