Il fatturato cresce grazie alle vendite in Asia, Usa e Brasile

Non sono solo gli indicatori macro a testimoniare lo stato di un'economia. Prendete per esempio il bilancio chiuso il 31 agosto 2014 dalla Ferrero, l'ultimo «firmato» dal fondatore Michele, scomparso lo scorso febbraio, e avrete uno spaccato della crisi dei Paesi del Club Med, Italia compresa.

Ebbene, oltre a mettere in cascina utili prima delle imposte per 907 milioni di euro, il gruppo di Alba ha registrato un fatturato pari a 8,4 miliardi, il 3,9% in più rispetto all'anno prima. Non è una crescita travolgente. Semmai, il segno di quanta fatica sia necessaria per conservare certi volumi di vendita in aree afflitte dalla recessione. Nel Sud dell'Europa il giro d'affari è infatti, nel migliore dei casi, appiattito, se non addirittura calante. Certo, la forza del marchio (a livello di Coca-Cola, Apple e Nike) e l'attrazione fatale esercitata da un vasetto di Nutella aiutano, alla fine, a far quadrare i conti. Ma di più non si può pretendere: difficile che un disoccupato compensi a colpi di Rocher la depressione per il posto di lavoro evaporato; improbabile che chi stenta ad arrivare a fine mese tolga dal carrello della spesa un pacco di pasta per far posto a una confezione di Kinder Bueno.

Ancor prima di raccogliere il testimone dal padre e di fronte al perdurare della crisi europea, Giovanni Ferrero aveva capito che solo ricalibrando i pesi delle vendite, ancora fortemente sbilanciate sul Vecchio continente, era possibile raddoppiare i ricavi. Il traguardo? L'80% del fatturato al di fuori dell'Europa. Ancora non ci siamo, ma i risultati non mancano: «Nonostante le difficoltà nel contesto internazionale - spiega un comunicato - , la crescita (del giro d'affari, ndr ) è stata frutto di uno straordinario dinamismo nello sviluppo dei nuovi mercati: le vendite dei prodotti Ferrero hanno confermato e, in alcuni casi migliorato, i risultati degli scorsi esercizi in Asia, Russia, Stati Uniti, Canada, Brasile, Messico e Turchia».

Del resto, pur mantenendo una gestione familiare, il gruppo ha sempre avuto una forte vocazione internazionale sorretta dal flusso costante degli investimenti. L'anno scorso sono stati investiti 537 milioni, dei quali 458 per potenziare gli impianti in Italia, Germania, Canada, India, Brasile, Messico e Cina. Un altro guanto di sfida lanciato, soprattutto in Estremo Oriente, a colossi come Mars ed Hershey.