La Fed fa slittare il rialzo dei tassi

Meno probabile una stretta in settembre: preoccupano l'inflazione, l'instabilità cinese e i mercati emergenti

Fermi ancora, forse fino all'autunno inoltrato. La lunga stagione dei tassi Usa al minimo storico, tra 0 e 0,25%, non è ancora finita. Al termine della due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo in materia di politica monetaria, la Federal Reserve mantiene ancora coperte le carte sulla tempistica con cui si agirà sulle leve del costo del denaro. A questo punto, appare meno scontata la possibilità che la stretta possa arrivare nel vertice del 17 settembre, così come previsto alla vigilia da molti analisti. Sempre che, in quell'occasione, la presidente della banca centrale americana Janet Yellen, non faccia leva su dati economici particolarmente robusti per giustificare la mossa.

Per il momento, i principali indicatori non sono ancora soddisfacenti, al punto che per la quinta volta di fila tutti i membri del Fomc hanno votato a favore per mantenere invariati i tassi. «L'attività economica ha continuato ad espandersi in modo moderato negli ultimi mesi», spiega il comunicato finale, in cui si sottolinea che l'andamento del mercato del lavoro, «continua a migliorare» con la creazione «solida» di posti di lavoro e disoccupazione «in calo». In realtà il mercato del lavoro, se depurato dal dato “macro“ - spesso fuorviante - sul tasso (calante) di disoccupazione (al 5,3%), non scoppia di salute. Basti solo ricordare che il tasso di partecipazione alla forza lavoro è inchiodato al 62,6%, dunque ai minimi dal 1977, e che le paghe orarie crescono del 2%, un ritmo giudicato insufficiente per una ripresa sostenibile.

Ma ciò che soprattutto ancora non quadra è l'inflazione, lontana dal target del 2% anche a causa delle spinte deflazionistiche indotte dal rallentamento della crescita cinese e di altri mercati emergenti, che sta mettendo pressione al ribasso sul prezzo delle materie prime e sui manufatti importati negli Stati Uniti. Ciò sembra imporre un'ulteriore dose di cautela prima di rimuovere un'anomalia senza precedenti che dura da nove lunghi anni (tanti ne sono passati dall'ultima stretta, datata giugno 2006). Una scelta carica d'implicazioni, di cui la Yellen ha dimostrato di essere ben consapevole in tutti questi mesi di attenta preparazione all'“evento“. Se sembrano dunque esserci le condizioni per non affrettare i tempi del rialzo, è peraltro evidente che un ulteriore differimento della stretta fino alla prima metà del 2016, segnalerebbe che l'economia non è neppure in grado di reggere l'urto di un aumento dello 0,25%.

Certo, gli interrogativi più preoccupanti riguardano la reazione dei mercati finanziari. E non tanto quella di Wall Street (+0,7% ieri a un'ora dalla chiusura), che ormai dovrebbe aver metabolizzato il mini giro di vite, quanto piuttosto quella dei Paesi emergenti, le cui monete sono già sotto attacco, in un momento di forte volatilità dei listini cinesi. È del resto ancora fresco il ricordo di quanto accaduto nel 2013, quando Ben Bernanke annunciò l'intenzione di ridurre gli acquisti di bond, il cosiddetto taper tantrum: in tre mesi il rendimento del Treasury decennali schizzò dall'1,6 al 3%, in concomitanza con una vera e propria fuga della liquidità estera da Paesi come Malesia, Indonesia e Messico. C'è il rischio che la storia si ripeta. Vedremo se la Fed, nella gestione Yellen, saprà meglio cavalcare la tigre dell'instabilità.