La Fed non taglia, Wall Street vola

Bernanke: "Inaccettabile un tasso di disoccupazione così alto". Dow Jones e S&P500 a passo di record

Il tapering può attendere. A sorpresa, e non senza assumersi qualche rischio, la Federal Reserve ha deciso ieri di mantenere invariato il programma di acquisti da 85 miliardi di dollari al mese. E, subito, Wall Street si è messa a volare, con il Dow Jones e lo Standard&Poor's 500 ai massimi di tutti i tempi, mentre i prezzi dei bond hanno ripreso a salire provocando il contestuale calo dei rendimenti.
Niente riduzione graduale degli stimoli, quindi, come invece avevano ipotizzato gli analisti alla vigilia nello stimare un taglio tra i 10 e i 15 miliardi di dollari concentrato solo nella parte relativa allo shopping di treasury. Ovvero, senza toccare i mortgage backed securities, i crediti garantiti da ipoteche, così da evitare il rischio di bloccare la ripresa del settore immobiliare residenziale.
A indurre la banca Usa a mantenere lo status quo anche sui tassi, rimasti invariati tra 0 e 0,25%, è stato il livello della disoccupazione (al 7,3%), giudicato da Ben Bernanke «inaccettabilmente elevato». Inoltre, anche se «i rischi di battuta d'arresto sono diminuiti», la politica fiscale resta una fonte di rischio, ha spiegato il presidente della Fed. Per questi motivi, ha aggiunto Bernanke, l'istituto ha deciso di proseguire con la strategia monetaria in corso. «La riduzione degli acquisti di bond potrebbe iniziare entro fine anno, ma non c'è un percorso sicuro, dipenderà dall'andamento dei dati macro».
La decisione ha ricompattato un board che fino al mese scorso pareva spaccato tra i falchi, favorevoli a un sensibile restringimento degli stimoli, e le colombe, inclini a un approccio più graduale. Sulla decisione (un solo voto contrario) ha forse pesato l'auto-esclusione di Larry Summers dalla corsa per la presidenza. Il getto della spugna, legato alle critiche arrivate soprattutto dai democratici per il passato da alfiere della deregulation dell'ex segretario al Tesoro, ha posto in pole position la «colombella rossa» Janet Yellen (un'investitura confermata ieri anche da fonti della Casa Bianca), la cui priorità è quella di assicurare una solida crescita. Difficile, quindi, ipotizzare un turn on restrittivo con in calce la firma dell'ex professoressa di Harvard.
L'ultimo, deludente, dato diffuso ieri sulle costruzioni di case nuove (+0,9% in agosto) dimostra d'altra parte come la recovery a stelle e strisce non sia ancora sufficientemente robusta da sopportare una brusca exit strategy. Non a caso, la prudenza nel toccare le misure di quantitative easing può essere riconducibile alla revisione verso il basso delle stime sul pil, visto in crescita nel 2013 tra il 2% e il 2,3% (contro la forbice tra il 2,3% e il 2,6% calcolata lo scorso giugno) e nel 2014 in espansione tra il 2,9% e il 3,1% (contro la forbice tra il 3% e il 3,5% calcolata lo scorso giugno). Al contrario, un'inflazione fin troppo fredda (+0,1% il mese scorso), «al di sotto degli obiettivi», e sintomo di una ripresa gracile, avrebbe semmai potuto consigliare alla Fed di non toccare in alcun modo i parametri del quantitative easing.
Restano i rischi legati a un'accentuazione della bolla speculativa sui mercati. Proprio nel momento in cui il braccio di ferro sul tetto del debito ingaggiato da Casa Bianca e repubblicani non consente all'America sonni tranquilli.