La Fed tiene coperte le carte sui tassi

Per la Yellen si è rafforzata la possibilità di un rialzo, ma sui tempi non c'è certezza

Janet Yellen assomiglia sempre più a quei chimici che temono di combinare disastri agitando provette e armeggiando con gli alambicchi. Parole mai troppo sulfuree, più caute che dirompenti, accompagnano da mesi i suoi interventi sui tassi. Il simposio di Jackson Hole, con la presidente della Federal Reserve ieri nel ruolo di anfitrione, si è quindi rivelato il solito esercizio di stile riempito di pesi e contrappesi. Così, perfino la frase secondo cui «si sono rafforzate negli ultimi mesi» le condizioni per una stretta, viene subito depotenziata dal solito refrain sulla necessità di operare in modo «graduale». Piccoli passi, per una piccola Fed: ormai incapace non solo dettare l'agenda al mondo, ma perfino di governare gli eventi. Ammette Yellen: «La nostra abilità di prevedere come i tassi evolveranno nel corso del tempo è abbastanza limitata perché la politica monetaria dovrà rispondere a qualsiasi elemento di disturbo che potrebbe colpire l'economia». Insomma, basta una Brexit qualsiasi, e la banca centrale più potente al mondo ne esce condizionata.

C'è di che essere preoccupati, anche perché in un altro passaggio del suo intervento nel Wyoming il successore di Ben Bernanke tira in ballo l'ipotesi di «strumenti aggiuntivi (di politica monetaria, ndr)» che «potranno rendersi necessari e saranno oggetto di ricerca e dibattito». Acquisti di asset? Liquidità aggiuntiva? Tassi negativi? Insomma, tutto l'arsenale anti-crisi tirato fuori dalla Bce di Mario Draghi. Con la differenza che se l'eurozona annaspa tra la deflazione e una crescita asfittica, l'America illustrata dalla prima donna a capo della Fed è quella dove i due obiettivi principali - piena occupazione e stabilità dei prezzi - sono (quasi) stati centrati. Ed è proprio il raggiungimento di questi due target ad aprire spazi per un giro di vite al costo del denaro. Subito-subito, cioè a settembre? Le Borse non ne sono molto convinte, con Wall Street in calo dello 0,38% a un'ora dalla chiusura e le Borse europee in rialzo (+0,8% Milano).

La Yellen non ha del resto fornito alcuna tempistica sulla stretta. C'è però qualcosa che non quadra rispetto al certificato di sana e robusta costituzione dell'America da lei rilasciato. Qualche ora prima del suo speech, il dipartimento al Commercio ha infatti diffuso la prima revisione sull'andamento del Pil nel secondo trimestre, corretto al ribasso all'1,1% dall'1,2% della prima stima del mese scorso. Dall'ottobre dello scorso anno alla fine di giugno, la crescita è stata sempre inferiore a quel 2% su cui si basano le stime 2016 della Fed e ben al di sotto del +2,6% con si era chiuso il 2015. Il bicchiere è mezzo vuoto anche se si guarda ai profitti aziendali, in calo del 2,2% su base annuale, ovvero rispetto al periodo aprile-giugno 2015, dopo assere saliti dell'8,9% nei primi tre mesi dell'anno. Un segno di affaticamento che si nota pure negli investimenti (-0,9%), in flessione da tre trimestri consecutivi. Unica consolazione, la tenuta dei consumi da cui derivano i due terzi dell'output: l'incremento è stato del 4,4%, meglio del +4,2% della stima preliminare, ed è il maggiore dalla fine del 2014.

Al tirar di somme, cosa dobbiamo aspettarci? Il vice presidente della banca centrale americana, Stanley Fischer, ha spiegato ieri che i dati sul mercato del lavoro che verranno diffusi il prossimo 2 settembre «avranno un peso» sulle decisioni della Fed in merito al rialzo dei tassi. È comunque verosimile, a questo punto, che la banca centrale Usa sfrutti la sola finestra d'intervento rimasta libera, quella di dicembre, non essendo il campo praticabile tra ottobre e novembre a causa delle elezioni presidenziali.