Con il freddo lievitati i prezzi degli alimentari. Da luglio +1,4% la luce

Il carrello della spesa è sempre più vuoto, ma in compenso i prezzi dei prodotti di più largo consumo s'impennano. La risalita dell'inflazione in giugno certificata dall'Istat in un +0,3% mensile che tradotto su base annua diventa un +1,2%, non è frutto di un'improvvisa rinascita dei consumi, sempre depressi, ma la diretta conseguenza dei rincari dello 0,4 mensile e dell'1,7% tendenziale, i primi dal settembre 2012, che hanno colpito soprattutto i prodotti ad alta frequenza di acquisto come i generi alimentari e i carburanti.
Un effetto provocato da un lato dal maggior costo di benzina (+1,2%) e diesel (+1%), e dall'altro a fattori stagionali, in particolare la primavera impazzita che ha fatto lievitare i prezzi dei vegetali freschi (+11,2%), mentre la frutta sale del 6,9%, a causa dei danni provocati dal maltempo che ha devastato le coltivazioni. Nel conto va anche messo la risalita delle quotazioni del pollame (+2,7%), un riflesso della maggiore richiesta da parte dei consumatori. In questo caso, la maggior domanda mette in evidenza un deciso cambio di abitudini indotto proprio dalla crisi. La minore disponibilità di spesa costringe infatti gli italiani a ripiegare sulle carni bianche, più a buon mercato rispetto a quelle “rosse“. Gli acquisti di carne bovina hanno, non a caso, subìto un crollo del 6,5%. È, insomma, un atteggiamento difensivo che si estende su altre aree della filiera alimentare, senza risparmiare il pesce fresco (-4,8%), la frutta (-4,5%), gli ortaggi (-2,2%) e il latte (-3,6%). Il segnale più preoccupante arriva però dalla contrazione accusata perfino dall'alimento che meglio rappresenta la nostra dieta, ovvero la pasta (-1,6%). “Sforbiciate" alle quantità che riflettono, spiega la Cia-Confederazione italiana agricoltori, una riorganizzazione totale della spesa alimentare da parte dei consumatori, costretti dalla crisi a rivedere scelte e abitudini al supermercato. Oggi, infatti, il 65% delle famiglie compara i prezzi con molta più attenzione; il 53% gira più di un negozio alla costante ricerca di sconti, promozioni e offerte speciali; il 42% privilegia le grandi confezioni o "formati convenienza"; il 32% abbandona i grandi brand per marche sconosciute e prodotti di primo prezzo; il 24% ricomincia a fare cucina di recupero con gli avanzi della cucina. In più, oltre il 16% delle famiglie rinuncia del tutto a pranzi e cene fuori dalle mura domestiche.
Il rischio è inoltre quello di comportamenti ancora più prudenti se, dopo il rinvio di tre mesi disposto dal governo, dovesse scattare l'aumento di un punto dell'Iva, dall'attuale 21 al 22%. L'effetto sull'inflazione sarebbe di poco sotto al mezzo punto, ma ben superiore sarebbe l'impatto sulla già scarsa disponibilità a far shopping da parte degli italiani.
Non avrà invece nessuna conseguenza l'adeguamento delle tariffe di luce e gas che scatterà dal primo luglio: la bollette del metano diminuirà dello 0,6%, mentre quella dell'energia elettrica dell'1,4%, pari a un aggravio e a un risparmio di 7 euro.
Secondo Federconsumatori e Adusbef, la risalita dell'inflazione in giugno si tradurrà invece in un aggravio di spesa per una famiglia di tre persone di 604 euro annui, cifra che equivale a oltre un mese di spesa alimentare.RPar