Gedi, i figli di De Benedetti non cedono

Marco scrive agli addetti e replica al padre: «Non siamo un gruppo da risanare»

«Siamo molto meglio di come veniamo dipinti. Non siamo un gruppo sconquassato, non siamo un gruppo da risanare, non siamo una barca senza timoniere. Siamo un gruppo leader». Con queste parole, contenuta in una lettera inviata a tutti i dipendenti il presidente di Gedi, Marco De Benedetti, ha voluto replicare pubblicamente alle accuse di cattiva gestione formulate dal padre Carlo in un'intervista al Corriere martedì scorso. L'Ingegnere, dopo avere visto respinta la propria offerta di 0,25 euro ad azione per il 29,9% di Gedi in mano a Cir (che detiene in tutto il 43,6%).

A questa dichiarazione di principio seguono varie enunciazioni polemiche nei confronti di Carlo De Benedetti. In primo luogo, come detto, l'attuale management rivendica il mantenimento della leadership dei quotidiani (a cominciare da Repubblica, oggetto degli strali dell'Ingegnere) e delle radio nonché la sopravvivenza dell'Espresso. Successivamente, Marco De Benedetti, sorvolando sul «doloroso attacco» a mezzo Corriere, ha sottolineato che l'offerta è stata respinta perché «i fratelli (con lui Rodolfo, presidente di Cir, ed Edoardo; ndr) controllano il 30% di Cir, mentre il restante 70% è di altri azionisti, che ci hanno affidato la gestione e di cui dobbiamo tutelare gli interessi». In conclusione, la stoccata decisiva. «Teniamo molto a questo gruppo e continueremo con impegno io, mio fratello Rodolfo e Monica Mondardini (ad di Cir; ndr) a svolgere il nostro ruolo di azionisti della società in modo da garantirle il miglior futuro». La proposta paterna di conferire le azioni del gruppo a una Fondazione è stata liquidata come «suggestiva». Minore enfasi è stata posta sul tema, caro all'Ingegnere, di Repubblica «presidio della democrazia» perché i figli hanno un atteggiamento più agnostico sul tema. Il presidente di Cir, Rodolfo De Benedetti, ha incontrato il management e i direttori delle testate per ribadire la vicinanza della proprietà.

Queste parole hanno dissolto gli entusiasmi di Piazza Affari per la possibile apertura di una battaglia per il controllo del gruppo editoriale che avevano fatto balzare Gedi del 25% la scorsa ottava. Ieri il titolo, dopo la diffusione della lettera, è crollato del 6,09% chiudendo a 0,293 euro, valore sempre al di sopra delle quotazioni di due settimane fa e dell'offerta (respinta) dell'Ingegnere. Gli operatori hanno in qualche modo snobbato i dati della trimestrale di Gedi che sono stati migliori delle attese. La perdita consolidata nei primi 9 mesi del 2019 si è attestata a 18,3 milioni di euro (utile di 7,8 milioni nello stesso periodo dell'anno scorso). Il risultato ha scontato la svalutazione di Persidera (-16,9 milioni) e oneri per ristrutturazione (3,7 milioni legati, tra l'altro, agli esodi incentivati di Repubblica). In assenza di tali eventi, il risultato sarebbe stato positivo per 2,2 milioni e, in ogni caso, Gedi prevede di chiudere il 2019 in utile. L'Ebit del terzo trimestre (4,3 milioni) è in miglioramento rispetto all'inizio del 2019.

A ulteriore sconfessione delle dichiarazioni di Carlo De Benedetti il gruppo editoriale ha presentato nei primi 9 mesi un trend dei ricavi (-6% annuo a 441,5 milioni) migliore rispetto all'andamento negativo del comparto. Sia per la parte diffusionale (-4,8% a 205,2 milioni, con calo delle vendite in linea) sia per quella pubblicitaria (-7% a 206,4 milioni a fronte del -12,5% degli investimenti sulla stampa). I costi del personale, tuttavia, sono calati solo di un modesto 3,5% a 164,5 milioni perché non risentono ancora degli effetti delle azioni di contenimento.