Per i bancari un contratto solo a metà

Firmata l'intesa economica, ma Abi e sindacati rimandano la definizione dei ruoli da svolgere allo sportello

La banca del futuro deve attendere almeno un altro anno. All'alba di ieri Abi e sindacati hanno firmato il nuovo contratto che disciplina stipendio (85 euro di aumento a regime) e vita dei 309mila addetti del settore, ma hanno demandato a un prossimo «cantiere» l'aspetto più delicato del contendere: la flessibilità dei compiti in un'industria del credito costretta a ripensarsi sia per la «magrezza» degli utili nel post crisi sia per la diffusione dell'internet banking presso la clientela.

In sostanza un accordo a metà. Resta da decidere come potrà essere ricollocato il personale e chi dovrà svolgere i «nuovi mestieri» che nasceranno dentro e fuori filiali sempre più paperless e automatizzate. Davanti al dilemma, molto sentito dai due big Intesa Sanpaolo e Unicredit, le parti si sono date altri 12 mesi per ragionare. Confermata intanto la «piena fungibilità» dei «quadri direttivi» dal livello Qd1 al Qd4: semplificando, il direttore di una grande filiale hub o il braccio destro di un dirigente (Qd4) potranno essere spostati, a termine, ad altro incarico o diverso inquadramento e lo stesso vale per i responsabili dei servizi (Qd1). Non si tocca invece, per il momento, la base; quindi niente conversione forzata dei cassieri a «venditori» per giungere a filiali supermarket che smercino prodotti come biglietti aerei, teatrali, sim telefoniche o servizi fiscali.

Il contratto sarà in vigore fino a dicembre 2018, un anno in più del normale. E predispone da subito il «materasso» chiamato ad attutire la caduta degli esuberi provocati dall'atteso consolidamento del settore. Nasce infatti un'apposita piattaforma informatica «per favorire l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro». In breve una sorta di “agenzia di ricollocamento“, di cui rappresenterà lo stress test il riassetto delle popolari provocato dalla trasformazione forzata in spa voluta dal governo Renzi. Nelle otto pagine dell'accordo c'è anche una postilla di «chiarimento tra le parti», in cui si specifica che in caso di cessione di rami di azienda o newco, deve essere garantita la continuità del rapporto di lavoro agli addetti.

L'Abi - condotta nelle trattative da Alessandro Profumo - e le otto sigle del settore (Fabi, Fiba-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca, Dircredito, Sinfub, Ugl e Unisim) hanno poi trovato l'accordo sugli stipendi e il recupero dell'inflazione: a regime il bancario guadagnerà appunto in media 85 euro in più ogni mese (per 13 mensilità), contro gli oltre 100 euro chiesti dalle forze sociali, con aumenti scadenzati in tre tranche: ottobre 2016 (25 euro), ottobre 2017 (30 euro), ottobre 2018 (30 euro). Per le banche significa un aggravio del 2,95% del costo del lavoro. Dopo un anno e mezzo di battibecchi e due giornate di sciopero, i sindacati salvano la centralità del contratto nazionale e gli scatti di anzianità, che pesano per l'1,6%. L'Abi strappa invece un calcolo light del Tfr (fino al 2018 si terrà conto solo di voci tabellari e scatti) e il cantiere per ridisegnare il settore. Rafforzano l'«anima sociale» dell'intesa, i minor taglio sugli stipendi dei nuovi assunti (da -18% a -10%), l'implementazione del Fondo per l'occupazione (Foc), anche per recuperare i lavoratori dalla «parte emergenziale» del Fondo esuberi e una garanzia estesa a 36 mesi per i malati oncologici. «Siamo riusciti a dare delle risposte politiche ai problemi del settore, creando strumenti e condizioni per difendere l'occupazione e per agire a tutela dei lavoratori in caso di banche profondamente in crisi», ha detto Lando Maria Sileoni, leader della Fabi, la prima sigla del settore. Ora in Abi possono partire i giochi per trovare il nuovo capo del «Casl» al posto di Profumo, che ha già fatto sapere che lascerà la presidenza di Mps e uscirà dal settore per diventare imprenditore.