I dazi fanno sbandare Daimler-Benz

Il gruppo di Stoccarda lancia un profit warning: crolla il titolo, male tutto il settore

Laggiù a Tuscaloosa, nel cuore dell'Alabama, la disputa sui dazi tra Usa e Cina non era oggetto di particolare attenzione fra i 3.700 dipendenti dell'impianto americano di Daimler-Benz. Almeno fino a qualche giorno fa. Da ieri, invece, è cambiato tutto. Tariffe punitive, misure di ritorsione e provvedimenti di riequilibrio sono entrati di prepotenza nel lessico quotidiano. Fino a far rima, in modo sinistro, con il pericolo più grande: la perdita del posto di lavoro.

È una preoccupazione legittima, dopo il profit warning lanciato a sorpresa dal colosso di Stoccarda. Un allarme costato ieri al titolo della stella a tre punte una sbandata alla Borsa di Francoforte del 4,3% e un crollo generalizzato delle quattro ruote in Europa (-3,3% lo Stoxx di settore) che ha colpito anche Fca (-4,1%, ma anche per le tensioni politiche che hanno scosso Piazza Affari, scesa del 2%). I tedeschi si sono messi a fare qualche conto per calcolare quale impatto avranno sui conti i dazi del 25% che, a partire dal prossimo 6 luglio, Pechino applicherà a tutte le auto importate dagli Stati Uniti. Sapendo, fin da subito, che l'effetto non sarebbe stato indolore: la Cina è infatti diventata da tempo il mercato più grande per Daimler, reduce da un 2017 sfavillante, chiuso con un fatturato salito a 164,33 miliardi di euro (+7%) e 3,3 milioni di auto vendute. Numeri non replicabili. Anche perché proprio sul suolo cinese finisce una bella fetta dei Suv Gle e Gls-Class Luxury assemblati a Tuscaloosa, la fabbrica su cui il gruppo ha investito circa 4,5 miliardi di dollari a partire dal 1996. Lì, da quelle catene di montaggio, escono 300mila vetture l'anno capaci di garantire ricavi per un miliardo grazie all'export in 130 Paesi. Altri numeri non replicabili, in assenza di un passo indietro di Pechino.

Già alle prese con il richiamo in Europa di oltre 770mila modelli diesel a causa di un sistema di emissione dei gas di scarico non conforme e costretta a far fronte al calo della domanda in Sud America dei Daimler Buses, l'azienda ieri ha alzato bandiera bianca: «Mercedes Benz - spiega una nota - prevede dati di vendite inferiori alle previsioni per i Suv e costi più elevati, che non possono essere trasferiti ai clienti». Risultato: quest'anno i guadagni, prima di interessi e tasse, resteranno al livello dell'anno precedente. Una correzione di rotta rispetto alle stime precedente che prevedevano un Ebit leggermente superiore rispetto al 2017.

Malgrado il selloff generalizzato di ieri sui titoli del comparto, l'allarme di Stoccarda potrebbe restare isolato o essere replicato dalla sola Bmw, l'altro marchio che secondo gli analisti rischia di più in seguito ai super-dazi. Al riparo sembra invece chi da tempo ha già delocalizzato nell'ex Celeste Impero: come Ford (che in Cina esporta ancora solo alcune versioni della Lincoln), Toyota e Volkswagen, mentre General Motors ha trasferito in Cina tutta la sua produzione per quel mercato, incluse le Cadillac, che ora vengono prodotte a Shanghai. Quanto a Fca, il gruppo guidato da Sergio Marchionne vende in Cina appena il 2% della sua produzione complessiva e nel Paese asiatico ha comunque un sito. Ma, al tempo stesso, potrebbe dover sopportare ripercussioni su alcuni modelli Alfa Romeo esportati negli Usa se Trump dovesse passare dalle minacce ai fatti, introducendo dazi sulle auto europee.