I lapilli di Pompeo

Non sono un giustizialista per educazione e cultura. E prima di puntare l'indice conto fino a dieci e anche oltre. Però se provo a mettermi nei panni dei risparmiatori truffati da banche tecnicamente fallite, avverto tutto il peso dell'ingiustizia. A parole ho sentito solo promesse dai responsabili governativi più alti in grado; alla prova dei fatti, rimangono incerti i tempi e l'entità dei rimborsi (quando ci sono!). Fossimo in un Paese serio si sarebbe già provveduto a dare risposte certe. Mettendo fine all'avvilente storia almeno secondo criteri di buon senso. Questo non avviene.

Una situazione stagnante, con la spada di Damocle del bailin che certo non aiuta: è troppo faticoso intervenire verso i responsabili del dramma. In troppi casi non si sta procedendo con tempestività verso chi ha ottenuto privilegi nei cda degli istituti di credito barattandoli con comportamenti anche dolosi nei confronti di azionisti e, soprattutto, piccoli risparmiatori. Come è possibile riformare il sistema banche se non si eliminano alla radice le cause che portano al raggiro del cliente? Ad esempio, non è più accettabile che piccoli azionisti debbano pagare il conto salato di operazioni «allegre» messe in atto dal proprio istituto per salvare altre banche con la moral suasion dell'inefficiente Bankitalia.

Non voglio cadere nel tranello del fare di tutta un'erba un fascio. Conosco eccellenti professionisti che operano ai massimi livelli in grandi e piccole banche. Allora dico: facciano sentire alta la propria voce e chiamino tutti i decisori a lavorare in direzione di una piena e totale trasparenza. Il risparmio va tutelato, come recita la Costituzione. Il settore della finanza deve produrre un segnale forte. La riforma di sistema è una strada obbligata per recuperare credibilità. Ma una riforma vera. Dunque, nessun «pasticciaccio brutto» del tipo referendum di domenica scorsa

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