Indesit, 5mila in corteo E ora palla al governo

In 5mila per dire no alla chiusura di Indesit: un fiume di gente lungo due chilometri ha sfilato a Fabriano, nel giorno dello sciopero nazionale indetto per protestare contro il piano di ristrutturazione dell'azienda, che prevede, tra l'altro la chiusura di due stabilimenti in Italia e oltre 1.400 esuberi. In testa le autorità: i sindaci di venti Comuni, l'intero «distretto degli elettrodomestici», guidati dal primo cittadino di Fabriano, Giancarlo Sagramola, accanto al vescovo Giancarlo Vecerrica e al governatore delle Marche, Gian Mario Spacca.
«Lavoro, lavoro» è lo slogan che si leva più spesso dal corteo: ci sono le tute blu degli operai, ma anche le loro famiglie, molti i bambini, e in tanti indossano le magliette con la scritta «1.425 volte no. La storia siamo noi». Alla fine, il corteo entra nel cuore della città, dove negozi e bar chiudono le saracinesche in segno di solidarietà, e poi si dirige al quartier generale della Indesit.
Il grande piazzale della fabbrica fatica a contenere tutti: ci sono anche i lavoratori di altre aziende della provincia, metalmeccaniche e non, molte delle quali lavorano per Indesit.
Parlano i sindacalisti e la richiesta comune è che «Indesit ritiri il piano industriale e ne presenti uno alternativo , compatibile con la salvaguardia dei posti di lavoro». Per Roberto Ghiselli, segretario della Cgil Marche, «il governo deve fare la sua parte e, nel momento in cui decide gli incentivi al settore, garantisca anche che le imprese che ne godono si assumano la responsabilità di tutelare il lavoro e l'occupazione nel nostro Paese».
«È una giornata dall'alto valore simbolico per la salvaguardia del lavoro nel comparto elettrodomestico e non solo - spiega Stefano Mastrovincenzo, segretario della Cisl Marche -. Facciamo appello alla proprietà e al management Indesit, perché riassumano in pieno la dimensione della responsabilità sociale di impresa, per evitare il colpo di grazia ad aree produttive di eccellenza, già duramente colpite dalla crisi». A presidio del quartier generale ci sono un centinaio di agenti di polizia in tenuta antisommossa: devono intervenire solo per impedire che alcuni giovani dei centri sociali, non più di venti, riescano a forzare il blocco ed entrare in azienda. Dieci minuti di tensione, poi è il corteo stesso ad allontanare i facinorosi. Dopo un mese di confronto, scioperi e proteste le parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: martedì si rivedranno al ministero dello Sviluppo, mentre a settembre si fermerà ancora il comparto nazionale degli elettrodomestici.

Commenti

cgf

Sab, 13/07/2013 - 16:29

il murocontromuro non paga MAI, ora gli operai ringrazino i sindacati e chiedano a loro di finanziare la produzione e già che ci sono anche di trovare chi compra i prodotti. Il lavoro è un diritto, ma comporta anche doveri.