È l'anno del Maiale, ma l'oroscopo dice che la Cina non volerà

La disputa sui dazi è piombo sulla crescita E le misure varate rischiano di non bastare

Con i festeggiamenti per il Capodanno, la Cina è da ieri entrata nell'anno del Maiale. È il segno zodiacale simbolo di ricchezza, con le grandi orecchie a evocare fortuna e prosperità. Ma se gli astri indicano positività, le carte economiche tracciano un oroscopo meno benevolo. Peraltro, anche un guru del Fang Shui come Raymond Lo mette tutti in guardia. E centra il punto nodale: «Quest'anno la Terra conquista l'Acqua: normalmente tale configurazione significa più conflitto e meno armonia nelle relazioni internazionali». Insomma, la disputa commerciale con gli Stati Uniti potrebbe risolversi senza happy end. Pechino e Washington devono trovare un accordo prima che scada, il prossimo primo marzo, la tregua concordata a margine del G20 di Buenos Aires. Altrimenti, la Casa Bianca alzerà le tariffe, dal 10 al 20%, su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi. A quel punto, il Dragone replicherà con la strategia del tit for tat, il classico pan per focaccia. Un disastro per un'economia globale già in rallentamento.

Il governo guidato dal presidente Xi Jinping è consapevole di quanto una vera e propria trade war con il rivale americano possa danneggiare l'economia. Dopo la crescita del 6,6% nel 2018, Pechino punta quest'anno a un +6,5%. Organismi come l'Fmi e la Banca Mondiale sono meno ottimisti (+6,2% il loro outlook); qualche economista vede nero (+5,3%). Alla fine dello scorso dicembre, la Cina ha steso un cordone sanitario costituito da misure fiscali e monetarie del valore di 1,3 trilioni di yuan (188 miliardi di dollari). L'obiettivo è dare sostegno alla domanda interna, agendo su almeno due versanti. Il primo passa da un taglio delle tasse, con la possibilità di poter detrarre anche le spese per affitto, assistenza agli anziani e istruzione. Forme di sovvenzione dovrebbero riguardare l'acquisto di auto, il settore più in sofferenza, e di elettrodomestici. Inoltre, si punta a stimolare la concessione di prestiti da parte delle banche, il cui coefficiente di riserva obbligatoria è già stato sforbiciato quattro volte l'anno scorso. Il resto potrebbe venire da una svalutazione dello yuan, come nel 2015, allo scopo di sostenere l'export e il saldo delle partite correnti.

L'impatto di questi stimoli sull'economia reale è però dubbio, almeno a giudicare dallo scarso volano alla crescita offerto nel 2018 da un'analoga serie di misure. In più, Pechino deve guardarsi dai 30mila miliardi di dollari di debiti che gravano sul Paese, con quelli delle famiglie saliti in 10 anni dal 18 al 49% del Pil e quelli delle imprese al 163% del Pil.

Un quadro che consiglia prudenza ai gestori. «In questo clima - spiega Jason Pidcock, Head of Strategy, Asian Income di Jupiter AM - , preferisco limitare la mia esposizione verso la Cina, privilegiando le aziende di proprietà privata con bilanci solidi, le imprese con attività guidate dal consumo interno rispetto a quelle che esportano». Gam punta sul settore dei consumi e della tecnologia, anche se Jian Shi Cortesi, portfolio manager per l'Asia, considera il momento buono per «iniziare un processo di attenta selezione sui titoli, in particolare modo nei settori internet e automobile». «Consumi, informatica, assicurazioni sulla vita e sanità dominano il nostro portafoglio», spiega invece Wolfgang Fickus, Comitato Investimenti di Comgest, visto che «l'ampliamento delle attività di ricerca e sviluppo procede, e il terziario, i redditi reali e quindi anche il ceto medio sono in continua espansione».

Commenti

beowulfagate

Mar, 05/02/2019 - 10:22

Praticamente è l'anno di Saviano.