Quella Milano che ormai non c'è più

Da Motta a Borletti fino alla Pirelli: le tante famiglie che hanno venduto

Milano è diventata grande e ricca grazie all'impegno di generazioni di imprenditori che sono diventati, per tutti, le «grandi famiglie». Hanno caratterizzato il Novecento, cavalcando, secondo il tipo di attività, il business delle guerre e quello dei dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, di quella turbolenta e appassionata corsa al benessere, Milano fu la capitale: non solo per il suo tessuto industriale, che in Italia non aveva pari, ma anche per la capacità di visione larga e lontana dei suoi protagonisti. La civiltà dei consumi, in Italia, era generata da Milano, i Caroselli reclamizzavano prodotti fabbricati a Milano. Quelle grandi famiglie, che spesso si ritrovavano sui palchi della Scala, erano i protagonisti consapevoli di uno slancio a ricchezza che coinvolgeva tutti, anche i loro operai.

La scomparsa di Giovanni Recordati, imprenditore di terza generazione, esponente lui stesso di una di quelle grandi famiglie che davano con orgoglio all'impresa il proprio nome (Motta, Alemagna, Pirelli, Campari), fa pensare a quanto è cambiata l'economia di Milano negli ultimi trent'anni, e come quelle grandi famiglie si siano in parte sfaldate, in parte ritirate, in parte siano scomparse per effetto di fusioni e acquisizioni. La Recordati, un miliardo di fatturato, 4mila dipendenti nel mondo, negli ultimi 30 anni ha distribuito 500 milioni di dividendi: ha cioè condiviso ricchezza con i piccoli azionisti, con i risparmiatori. Non è poco. La famiglia, che possiede il 51%, ora deve dimostrare se vuol continuare a essere una «grande famiglia», prolungandosi nel tempo e nelle generazioni, e se saprà resistere alle lusinghe, che sicuramente ci saranno, di concorrenti e di grandi gruppi internazionali.

Milano non è più una città industriale, com'era nel secolo scorso, perchè da tempo ormai l'economia ha sterzato verso i servizi. Prima c'erano le manifatture, oggi ci sono distribuzione e finanza; prima c'era il carbone, oggi c'è il fotovoltaico. Anche la moda dove la città è rimasta capitale, con nomi sacri come Armani o Prada non è più «fabbrica», ma «sistema», con una cascata di fornitori e subfornitori. Le grandi famiglie industriali un tempo fin dall'Ottocento si chiamavano Falck, Pirelli, Borletti, e già cent'anni fa erano ai primi posti nell'elenco dei contribuenti cittadini. Oggi gli eredi non corrispondono più agli antenati: i Falck e i Borletti scomparsi (o quasi) dalla scena, la «P lunga» di Pirelli ceduta ai cinesi. Nella farmaceutica un tempo Milano era capitale con la Carlo Erba, un gruppo poi finito nel giro di acquisizioni e cessioni, secondo logiche più finanziarie che industriali. Resta il fatto che quella realtà non c'è più. Nel farmaceutico «familiare» restano, oltre alla Recordati, la Bracco, la Zambon. Una famiglia che resiste è quella dei Moratti: ma anche loro hanno ceduto un asset storico, la squadra dell'Inter. L'altra squadra, il Milan, Silvio Berlusconi l'ha ceduta ai cinesi: Berlusconi è di prima generazione, le attese sono su figli e nipoti. Intanto, il suo gruppo ha comprato importanti realtà di altre «grandi famiglie» che non sono più sulla scena imprenditoriale: la Mondadori, che non è più dei Mondadori, nella quale sono confluiti anche i libri della Rizzoli, un tempo un colosso che al fondatore, Angelo, appariva immortale. Invece sono bastate due generazioni e qualche scelta sbagliata. Come quella di comprare il Corriere della Sera, altro tempio milanese, il grande testimone della grandezza di Milano: il Corriere fa pensare a un'altra grande famiglia per un secolo sulla scena e oggi ricordo, quella dei Crespi, industriali tessili. E fa pensare anche a questi giorni, e a un imprenditore coraggioso, Urbano Cairo, che scommette sulla rinascita.

Che ne è dei Motta, degli Alemagna, illustri nomi d'impresa rimasti appiccicati sulle confezioni di panettoni e di dolcetti ormai fabbricati da altri? Dove sono finiti i Monzino, storica famiglia di imprenditori che cedette la Standa a Raul Gardini? Oggi l'altro marchio milanese del commercio, la Rinascente, un tempo dei Borletti, è thailandese. Anche i Fossati hanno perso la scena: la Star, quella del doppio brodo, ormai è spagnola. Loro hanno tentato la fortuna con Telecom, finita a caro prezzo. Anche della famiglia Cabassi («el sabiunatt») si parla meno o nulla, mentre Andrea Bonomi, erede di quella «lady di ferro» che fu nonna Anna, dalle fortune immobiliari di famiglia si è spostato su investimenti industriali di successo, ma non più a Milano.

Certo, la Milano imprenditoriale è ancora grande basti pensare, oltre a nomi già citati, a quello di Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga ma deve far i conti con tempi e globalizzazione. Così oggi i più agguerriti investitori non sono più milanesi, e le «grandi famiglie», più che lombarde, sono quelle degli Emirati arabi.

PStef

Commenti

Giulio42

Mer, 17/08/2016 - 10:40

Che tristezza, anni di politiche scellerate hanno distrutto il nostro tessuto industriale. Adesso stiamo vendendo tutto, chi ha resistito fugge all'estero gli altri chiudono. Grazie agli europeisti ciechi e festaioli ad una Merkel molto nazionalista,stiamo precipitando all'ultimo posto o ci siamo già ?

TitoPullo

Ven, 19/08/2016 - 12:14

Giulio42 : teniamoci Pinocchio e Co. ancora per un pò e vedrà che completerà l'opera scellerata! Pensi che avrebbe in animo di richiamare "mortadella" l'uomo del compra-vendi !! Carissimo abbiamo una classe politica che andrebbe processata per danno all'erario nazionale !!Invece sono tutti lì a fare esercizi di "progressismo" nell'accogliere la "miseria" !! Incentivare l'importazione di capitali...no, ehh...!