Montepaschi riscopre i "CoCo" bond

Al vaglio le obbligazioni ibride che vennero scartate nel 2012. Ma il mercato latita

Prima che si apra l'ombrello statale sul capitale di Mps passeranno settimane. Ma la banca ha bisogno in fretta di liquidità, altrimenti la gestione operativa della banca rischia di incepparsi. E per raccogliere i soldi i vertici di Rocca Salimbeni devono rivolgersi al mercato, lo stesso che ha disertato l'aumento di capitale da 5 miliardi costringendo il Monte a chiedere l'intervento pubblico. La missione pare dunque assai complicata.

Ma prima di varare il nuovo piano industriale, l'ad Marco Morelli deve riuscire a piazzare 15 miliardi di obbligazioni con l'obiettivo di riportare nel 2017 l'istituto ai livelli di cassa di fine 2015. Come soluzione, qualcuno fra gli advisor della banca avrebbe suggerito il ricorso ai CoCo bond. Cosa sono? Si tratta di «contingent convertible bonds» ovvero obbligazioni ibride convertibili in azioni che offrono alti rendimenti. La loro conversione in azioni scatta quando il Core Tier 1 scende sotto il 7 per cento. Quindi, se il quadro patrimoniale peggiora il rischio dell'investimento in CoCo bond aumenta perché l'obbligazione si trasforma in un'azione della stessa banca che ha emesso il bond. In pratica, con i CoCo bond se la banca va bene gli investitori vengono ricompensati con alti rendimenti. Se la banca entra in stato di crisi viene ricapitalizzata in automatico dalle nuove azioni, nate dalla conversione dei CoCo bond. Ecco perché questi strumenti piacevano tanto ad Axel Weber, l'ex presidente della Bundesbank, che li vedeva come un ottimo strumento per scongiurare il «too big to fail», il principio in base al quale le banche troppi grandi non potrebbero fallire perché creerebbero rischi sistemici.

Questo strumento era già comparso sul tavolo del Monte dei Paschi nella primavera del 2012: al tempo il timone della banca era nelle mani dell'ad Fabrizio Viola che con il placet di Bankitalia suggerì di usare - per la prima volta in Italia - i CoCo bond per evitare la nazionalizzazione di Mps cui l'autorità bancaria europea aveva chiesto di colmare un gap di capitale da 3,4 miliardi dopo aver dovuto svalutare al valore di mercato i suoi 25 miliardi di titoli i Stato italiani. L'idea poi non si rivelò poi praticabile «per le condizioni attuali di mercato e per le incertezze normative su questi strumenti», disse l'allora presidente del Monte, Alessandro Profumo. E dal cilindro del Consiglio dei Ministri spuntarono fuori altri 3,9 miliardi di Tremonti-bond. L'intervento del governo si rese necessario a causa «dell'impossibilità, comunicata da Mps, e di cui la Banca d'Italia ha preso atto, di ricorrere a soluzioni private di rafforzamento del patrimonio», recitava la nota di Palazzo Chigi. Corsi e ricorsi della storia. Qualcuno ora, forse anche in Banca d'Italia, vuole tirare fuori dal cassetto i «CoCos». Il problema è che ora comanda la Bce, non via Nazionale, e Francoforte potrebbe alzare il cartellino giallo. L'altro problema è che Mps non è Intesa che ieri ha raccolto 1,25 miliardi sui mercati internazionali con l'emissione di uno strumento di capitale aggiuntivo di classe 1 (Additional Tier 1). La domanda è stata quadrupla rispetto all'importo emesso e per circa il 90% coperta da investitori istituzionali stranieri. Altro che CoCo bond.

Commenti

Blueray

Gio, 05/01/2017 - 09:28

Avanti con i prodotti tossici che tanto paga Pantalon!

Ritratto di gianniverde

gianniverde

Gio, 05/01/2017 - 10:28

Io ho qualche azione MPS ma se fallisce e chiude i battenti non mi lamenterò.Altrimenti escano i nomi(egregi magistrati)di chi l'ha ridotta in questo stato,fatto eccezioni se sono di sinistra,nel qual caso tutto va ben madama del re.