Da Mosca e Riad una scossa al petrolio

Ma sull'esito dei negoziati pesano la fallita intesa di Doha e le estrazioni da record

Fatti, non parole. Al momento, sono solo chiacchiere quelle con cui Russia e Arabia Saudita vorrebbero far credere di puntare a un congelamento della produzione, così da sostenere le quotazioni del greggio e riportarle sopra i 50 dollari. Attraverso il suo ministro dell'Energia, Alexandre Novak, Mosca ha annunciato l'intenzione di prendere parte, in ottobre a Vienna, a una riunione dell'Opec. Il vertice potrebbe essere convocato a pochi giorni di distanza da quello, informale, già in agenda ad Algeri dal 26 al 28 settembre. E, almeno sulla carta, sembra il modo migliore per offrire la miglior visibilità a un'intesa di portata storica. Novak ha precisato di essere ancora in trattativa con i sauditi per mettere in freezer l'output, mentre il suo omologo Khalid al-Falihsaid ha aggiunto che Riad è pronta a cooperare con gli altri membri del Cartello e anche con quelli esterni per aiutare un ribilanciamento del mercato.

Due i punti che fanno dubitare dell'effettiva volontà di contenere lo slancio estrattivo. Il primo rimanda all'esito fallimentare nell'aprile scorso dei negoziati di Doha, con Mosca e Riad promotori della proposta di riportare le quote ai livelli di gennaio. L'accordo naufragò per l'impossibilità di un coinvolgimento totale di tutti i Paesi petroliferi e, in particolare, per l'opposizione da subito mostrata dall'Iran a qualsiasi intesa che avrebbe impedito di ripristinare la produzione sui livelli pre-embargo. Il tentativo di sottoscrivere un patto parziale costò peraltro il posto allo storico ministro saudita del Petrolio, al-Naimi. Certo in pochi mesi la situazione non è cambiata: o si esclude Teheran dall'intesa, oppure un altro nulla di fatto appare piuttosto scontato viste le tensioni crescenti tra Iran e Arabia. Confermate dal taglio ai listini deciso in giugno da Saudi Aramco a favore dei clienti asiatici e per mettere fuorigioco Teheran.

Il secondo punto riguarda invece proprio i livelli produttivi. L'Arabia sta pompando a pieno regime, con un'estrazione record di 10,67 milioni di barili il giorno in luglio. E la Russia non è da meno: gli ultimi dati disponibili indicano 10,45 milioni. Una corsa a estrarre che riguarda sia l'intera Opec (33,1 milioni il mese scorso), sia un peso massimo come la Norvegia. Oslo ha prodotto 1,72 milioni di barili in luglio contro gli 1,5 di giugno e non ha nessuna intenzione di mollare la presa. A differenza di quanto stimato dal Cartello, che prevede per l'anno prossimo un aumento della richiesta di greggio pari a 1,5 milioni di barili il giorno, l'Agenzia internazionale per l'energia mette in cont una crescita delle richieste di 1,12 milioni di barili, contro gli 1,3 milioni precedentemente stimati. Il rischio, quindi, è che permanga un eccesso di offerta poco favorevole a una ripresa dei prezzi. I mercati sembrano tuttavia dare qualche chance a un eventuale accordo sui limiti alla produzione: ieri il Wti è salito fino a un picco di 46,16 dollari e il Brent a 48,57 dollari. Durerà?