Ora le banche rischiano un'altra grana da 800 milioni

I sindacati vogliono togliere lo «sconto» da 200 milioni l'anno sul calcolo del Tfr. Vertice in Abi il 13 febbraio

I sindacati chiedono all'Abi di Antonio Patuelli di prorogare di altri 3 mesi, fino al 31 maggio, il contratto che regola stipendi e compiti dei 290mila bancari italiani che ancora danno un volto e una voce a filiali e servizi di back office malgrado l'avanzata del fintech. Ma in vista del tavolo negoziale in calendario il 13 febbraio a Palazzo Altieri, la Fabi e le confederali First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca-Uil con Unisin alzano un muro sul ricalcolo del Tfr della categoria. Richiesta che per le banche significherebbe un accantonamento supplementare stimabile in 200 milioni circa all'anno. A conti fatti, la metà dell'esborso necessario per coprire l'aumento di capitale di Carige o di quanto già tirato fuori dal sistema, tramite lo Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi, per coprire il bond del gruppo ligure.

Dall'altra parte del tavolo ci sarà il «Casl», il comitato del lavoro dell'Abi, guidato da Salvatore Poloni. «Si è condiviso con i sindacati un percorso per individuare le principali tematiche, definendo una serie di incontri», il primo dei quali appunto mercoledì 13. «In quella sede valuteremo nel loro insieme i temi del contratto», ha abbozzato il banchiere che è condirettore generale di Banco Bpm.

Diplomazia a parte, lo scontro è a tutto campo: i sindacati vogliono che il sistema ripristini almeno da inizio gennaio il «normale» calcolo del Tfr. Insomma basta con quella formula light, introdotta con il sesto comma dell'articolo 81 del contratto firmato a gennaio 2012 - quando lo spread Btp-Bund sfiorava quota 500 - che aggancia la liquidazione solo a stipendio e scatti. Lo «sconto» stimato si attesta all'1,3-1,4% della retribuzione, più o meno, appunto 205 milioni l'anno, che proiettati sui quattro anni di vigenza del contratto di categoria significano una botta da 820 milioni. La Fabi guidata da Lando Maria Sileoni, la Uilca di Massimo Masi, la First di Riccardo Colombani e la Fisac di Giuliano Calcagni avrebbero già portato la richiesta al tavolo, ma sono stati respinti. Un punto cruciale, anche in vista delle prossime uscite: almeno altri 10mila addetti lasceranno il lavoro solo come coda degli accordi firmati negli ultimi anni. E con i nuovi piani industriali è attesa un'ulteriore ondata, proseguendo quella emorragia che da settembre 2017 allo scorso anno ha portato i dipendenti del credito da 320mila a 290mila.

Le sigle del settore stanno ancora limando la piattaforma che sarà portata in Abi, ma di certo chiederanno anche di eliminare il taglio alla retribuzione minima del 10% ora vigente per i neoassunti: 2.033,15 euro di lordo mensile contro i 2.259,05 del tabellare.

Un altro problema per le banche che devono fare i conti con una economia che quest'anno resterà ferma al palo, come dimostra la spia della recessione tecnica accesa al Tesoro. Senza contare la nuova ondata di pulizie di bilancio: eliminata gran parte degli Npl, ora - dice la Vigilanza Ue - bisogna scaricare le «nuove sofferenze» («Utp»). Gli analisti di E&Y stimano che i crediti incagliati, al netto degli accantonamenti già effettuati, siano ancora una grana da 52 miliardi per l'intero sistema. E nelle sale operative si dice che la sola Intesa Sanpaolo già oggi potrebbe presentare una operazione di pulizia da 2 miliardi sugli Utp.

Alla parte economica del contratto, si aggiunge poi quella per regolare i nuovi lavori in banche divenute dei supermercati finanziari, con propaggini che spaziano dai viaggi ai servizi immobiliari. I colletti bianchi del credito, insomma, sono pronti a tornare in piazza come era già accaduto nel 2013.