Più concorrenza nel rapporto con le aziende

Si ampliano le forme di finanziamento e diminuisce  la quota di credito bancario. Così il sistema si trasforma. E...

Le banche devono cambiare il loro modello di business per dare credito alle aziende, e quindi alla crescita economica. Non limitandosi a rispettare solo le vecchie regole per gli affidamenti (i conti dell’impresa e il suo patrimonio) ma anche le prospettive future (dagli investimenti nell’innovazione ai programmi di internazionalizzazione) di chi fa il mestiere dell’imprenditore. Soprattutto se si tratta di un giovane con tante (e buone) idee. Ma questo cambiamento epocale delle banche, insieme alla ricerca di strumenti alternativi di finanziamento rispetto al classico canale bancario, non basterà se non ci sarà un cambiamento altrettanto epocale per le imprese. Chiamate a diventare più grandi e più forti e a essere quindi patrimonializzate con l’intervento diretto degli imprenditori che tradizionalmente, nel nostro paese, di soldi nelle imprese familiari ne hanno sempre messi troppo pochi. Se banche e aziende, con l’intervento della politica (e quindi del legislatore) e delle istituzioni, non percorreranno insieme questa strada, allora il rischio è che da un sistema “bancocentrico” si passi a un modello “debitocentrico”. Cambiano cioè le fonti di finanziamento, diminuisce la quota di credito bancario, ma resterà il problema di aziende sottocapitalizzate e quindi incapaci di crescere e di vincere la sfida di una concorrenza globale.

È questo l’aspetto più importante emerso nella seconda parte della mattinata di lavori al convegno Finanziare la ripresa: le sfide del credito alle imprese. Del resto, la seconda sessione di lavori mattutina, introdotta e moderata dal direttore di BancaFinanza, Giornale delle Assicurazioni ed Espansione, Angela Maria Scullica, aveva un titolo stimolante: Credito alle imprese: non solo banche. Un tema che è stato approfondito, in tutti i suoi aspetti, da Giuseppe Berta, docente di storia contemporanea all’Università Bocconi, Irene Bertucci, dottore commercialista-revisore dei conti e docente di bilancio di sostenibilità, Alessandro Carretta, presidente di Aidea, Giuseppe Ghisolfi, presidente della Cassa di risparmio di Fossano, Fabio Montena, responsabile crediti retail private di Bnl gruppo Bnp-Paribas, Giuseppe Tardivo, professore ordinario di Economia e direzione delle imprese all’Università di Torino, Michele Rolleri, consigliere responsabile della Commissione mercati di Assiom Forex e Carlo Barbarisi, direttore generale di Crif Rating Agency.

domanda e offerta, incontro difficile È toccato proprio a Barbarisi introdurre l’argomento dei nuovi canali di finanziamento extrabancari dopo la presentazione, da parte della professoressa di Aidea e dell’università di Parma, Gaia Soana, della ricerca su I mercati delle passività di Pmi. Ricerca che ha messo a confronto, per quanto riguarda i nuovi ambiti dedicati alle emissioni obbligazionarie delle Pmi, i paesi europei più simili al nostro, cioè Norvegia, Germania, Francia e Spagna. Un’indagine da cui è emerso che a vari livelli sono previste facilitazioni per le emissioni e la quotazione dei bond, tempi e costi contenuti per il loro collocamento, un certo interesse da parte degli investitori - ai quali sono concessi vantaggi fiscali - ma mercati tutto sommato ancora nascenti tranne quello tedesco con 26 emissioni, un rendimento medio dell’8% e un importo, sempre medio, di 65 milioni di euro per operazione, che conferma come in Germania il taglio delle imprese che emettono bond sia più medio-grande che piccolo.

Del resto, come ha spiegato Barbarisi, direttore generale dell’unica agenzia di rating italiana, se i decreti del Fare di Letta hanno previsto il quadro normativo di questo nuovo canale di finanziamento per le imprese (che prevede anche i minibond) la difficoltà sta nel fare incontrare la domanda e l’offerta. Sui mercati c'è una grande abbondanza di liquidità ma il rischio (e quindi anche la cautela degli investitori) è determinato dalla dimensione delle imprese italiane (micro o piccole) con il pericolo che il 98% del nostro Pil “resti fuori dai giochi”. Oggi è ancora presto per dare un giudizio sul nuovo mercato dei bond di Borsa italiana, l’extraMot operativo da febbraio del 2013. Un listino tutto da creare, per il quale c’è interesse ma occorre che anche le imprese si attrezzino dal punto di vista della governance, della comunicazione, della disciplina fiscale.

Un idillio che non c’è più La “malattia” di un sempre più difficile accesso al credito non ha un responsabile. Non si può dire, infatti, secondo il professor Berta, che la colpa sia tutta delle banche o viceversa delle aziende. La realtà è che si è rotto il vecchio rapporto banca-impresa che è stato, dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta al dopoguerra, centrale per la nostra economia. Dal ruolo delle piccole banche locali, delle casse e degli istituti popolari a quello delle grandi banche di interesse nazionale e del sistema che per decenni ha rappresentato la Mediobanca di Enrico Cuccia.

Oggi, ha avvertito Berta, questo sistema non c’è più. Dall’inizio degli anni Novanta le nostre grandi banche hanno partecipato alla corsa a occupare uno spazio e una dimensione europea, con una crescita di dimensioni che ha determinato una sempre più accentuata standardizzazione dei servizi offerti e una sempre minore personalizzazione e responsabilizzazione. Se è impensabile tornare al punto di partenza, ha concluso Berta, le banche devono riappropriarsi del loro mestiere. Ma sono importanti anche i nuovi circuiti per affluire capitali e soprattutto il ritorno degli investimenti esteri che dall’inizio del Novecento al Dopoguerra sono sempre stati il motore della nostra crescita.

Nuovo modo di fare rating Che il vecchio modo di costruire i rapporti banca-impresa (a cominciare dall’anomalia degli affidamenti a breve in conto corrente che invece servivano come prestiti a medio-lungo termine, ma molto meno costosi) abbia portato vantaggi a entrambi è stato sottolineato anche da Carretta. Oggi questo modello è superato, però, e bisogna costruirne altri. L’opportunità offerta da strumenti come i minibond non può essere trascurata con la consapevolezza però che non basta - come è stato fatto dal governo Letta - varare una legge che li riconosce perché poi nella realtà ci si faccia ricorso. «Bisogna creare un circolo virtuoso nel quale anche l’aspetto del rating è molto importante», ha spiegato Carretta convinto che sia necessario anche un nuovo modo di valutare le imprese. Ma avere credito non costa, oggi, troppo a un’azienda in termine di oneri collegati al finanziamento? «Non ho mai visto un’azienda fallire per l’eccesso di oneri di finanziamento», ha spiegato Rolleri. «Si fallisce per troppi debiti. E l’80% delle imprese in questi anni ha prodotto debito e non equity». Esiste insomma un problema finanziario per le imprese che devono patrimonializzarsi perché sono le meno capitalizzate d’Europa.

Il problema quindi, per Rolleri, non sono gli strumenti (anche se può aprirsi il nuovo mercato dei mini-bond stimato in circa 100 miliardi di euro ma che per ora nella realtà ha visto emissioni per soli 3 miliardi da parte di 33 aziende) ma il cambiamento culturale dell’impresa familiare italiana che deve riequilibrare il rapporto debito-equity.

Fiscalità eccessiva Non c’è dubbio, comunque, ha avvertito Irene Bertucci, che le banche debbano raccogliere la sfida lanciata dal premier Renzi, ovvero quella di fare di più. Anche se le nuove e più stringenti regole europee (Basilea 3) hanno indubbiamente complicato le cose. Un esempio su tutti: negli anni Ottanta un bar con una struttura societaria da srl, un capitale sociale di 1.500 euro, 50 mila euro di immobilizzazioni e 100 mila di giro d’affari dichiarato (ma nella realtà ben superiore) otteneva in banca una linea di credito di 150 mila euro. Oggi lo stesso bar, secondo le regole di Basilea 3, avrebbe un finanziamento al massimo di 10 mila euro. E quindi il dilemma della banca, rispetto a questa apertura di credito, sta nel valutare la solidità del cliente o nell’applicare rigidamente le regole. Ma una volta un bar con queste caratteristiche aveva almeno il 30% di redditività, oggi, con l’enorme pressione fiscale e contributiva, e dichiarando correttamente tutte le entrate, chiuderebbe il bilancio in perdita o al meglio in pareggio. Quindi, ha concluso Irene Bertucci, dietro le difficoltà finanziarie delle imprese italiane esiste anche un problema di fiscalità eccessiva.

La sfida del sistema D’accordo sui nuovi strumenti finanziari capaci di aumentare il credito alle imprese e quindi favorire la crescita si è dichiarato anche Ghisolfi. Che però ha difeso il sistema bancario da quelli che considera «attacchi assurdi». Senza un sistema bancario efficiente, ha detto «è impossibile vivere e lavorare». E le banche ancorate ai propri territori hanno dimostrato anche in questi anni di crisi di non avere chiuso i rubinetti del credito. Anzi, hanno aumentato gli impieghi.

Sostenere che le banche non vogliono dare soldi alle imprese, ha detto Ghisolfi, è quindi del tutto sbagliato. Quello è il mestiere delle banche. Il problema semmai è che per finanziare la clientela, le banche devono avere un’adeguata patrimonializzazione e di questi tempi, aumentare il patrimonio per le piccole banche è un’impresa ai limiti dell’impossibile. Lo si può fare solo con gli utili. Ma non tutte le banche territoriali riescono, come la Cassa di risparmio di Fossano, a chiudere il bilancio con 15,9 milioni di euro di utile netto. Una tesi, quella di respingere le critiche rivolte alle banche che avrebbero tolto ossigeno finanziario alle imprese, condivisa da Fabio Montena. «È difficile accettare questo violento attacco alle banche», ha replicato Montena. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che ci sono aziende che vogliono fare investimenti con 10 mila euro di capitale sociale. In questi anni le regole sono cambiate e sono arrivate ben 400 nuove norme per quanto riguarda tutto il meccanismo della concessione dei finanziamenti.

La realtà, ha affermato, è che in Italia «esiste una percentuale quasi bulgara» rispetto al resto dell’Europa di aziende con meno di 10 milioni di euro di fatturato. E se è giusto chiedere più efficienza al sistema dei confidi e più tempestività nelle risposte del Mediocredito centrale per ottenere le necessarie garanzie, il problema sta a monte nella natura stessa delle aziende, ancora troppo piccole e sotto capitalizzate. Altrimenti, come si è già accennato, da un sistema “bancocentrico” si passerà a uno “debitocentrico”, anche con l’utilizzo dei nuovi strumenti alternativi di finanziamento.

Ma, ha concluso Tardivo, chiudendo i lavori della mattinata del convegno, la banca del futuro deve applicare quello che oggi si chiama «marketing proattivo». Cioè non subire il mercato ma crearlo. E lo stesso vale per le aziende come per le università. Nello specifico della banca, però, la sfida del sistema è quella di tornare a essere un motore dello sviluppo, sapendo anche innovare il suo modello di business e la sua operatività, che vada oltre anche le regole auree del passato per valutare le garanzie guardando, quando si deve concedere credito, non solo al patrimonio ma anche alle idee e alle prospettive future di un’impresa.  

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