Il piano B di Alitalia è senza le Poste

Gli advisor cercano 40 milioni tra gli altri soci. E l'ad del gruppo pubblico, Caio, tratta con Hogan, il ceo di Etihad

Da cavaliere bianco di Alitalia, a nuovo ostacolo verso la fusione con Etihad, tanto da obbligare l'ex compagnia di bandiera a mettere a punto un piano «B». Poste Italiane, scesa in campo solo pochi mesi fa con una provvidenziale iniezione di capitale da 75 milioni, si sta rivelando per il governo un pericoloso boomerang.

Da quel dicembre 2013, quando l'intervento della società pubblica era apparso come un miracolo, sono passati solo sette mesi, ma molto è cambiato e due degli interlocutori chiave hanno lasciato il passo: Enrico Letta a Matteo Renzi e Massimo Sarmi a Francesco Caio. Così, balletto sindacale a parte, a dividere oggi Alitalia dal socio emiratino è, più che altro, proprio Poste Italiane e quei 40 milioni che, in qualità di azionista (al 19,48%), Caio dovrebbe versare a favore dell'aumento di capitale da 250 milioni deliberato venerdì dall'assemblea della compagnia aerea.

Ma non c'è nulla da fare, in una lettera spedita il 18 luglio all'ad di Alitalia Gabriele Del Torchio, Caio ha dettato le sue condizioni: «Investire sì, ma solo nella newco che nascerebbe dallo scorporo delle attività di volo di Cai e nella quale entrerebbe, con il 49%, Etihad». Di Alitalia-Cai, il nuovo ad non vuol più sentir parlare. E lo fa sapendo di avere il coltello dalla parte del manico visto che le banche hanno già accettato le condizioni poste dal ceo di Etihad James Hogan: la cancellazione di 560 milioni di debiti finanziari di Alitalia. Lo schema di accordo prevede, infatti, che un terzo di questi debiti venga cancellato e due terzi convertiti in capitale dell'Alitalia-Cai.

Ma cosa vorrebbe dire a questo punto per Alitalia-Cai restare senza Poste? A livello finanziario significherebbe che i grandi soci come Immsi e Atlantia, ma soprattutto le banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit) dovrebbero fare la parte di Poste nella ricapitalizzazione. E negli oneri connessi. Di conseguenza, la sua quota si diluirebbe. E la società guidata da Caio resterebbe un piccolo socio che mesi addietro ha fatto una sorta di «investimento a fondo perduto» nella compagnia di bandiera. Peraltro con la certezza di non andare incontro a ulteriori esborsi.

Ecco allora che se Alitalia pensa a un piano «B» senza Poste, coinvolgendo eventualmente altri soci, Caio - sempre più determinato a entrare nella partita, ma a modo suo - si sta lavorando ai fianchi Etihad. Non si spiegherebbe altrimenti il contatto avvenuto ieri tra Caio e Hogan che, secondo quanto si apprende, «hanno affrontato il tema di possibili sinergie industriali». Sinergie che dovrebbero riguardare comparti It, logistici, carte e sistemi di pagamento, ma anche quella della possibile vendita di biglietti aerei di Alitalia negli sportelli postali.

Le diplomazie sono al lavoro a tutto campo, ma la sensazione è che a fare la differenza saranno i singoli manager. Il tutto mentre il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi getta acqua sul fuoco: «C'è sempre l'impegno di tutti».