Rcs contro Cairo e Intesa ma la Borsa vuole l'offerta

Il cda: «Prezzo basso e interferenza nella trattativa sul debito: informata Consob» Ma il mercato spinge il titolo Cairo Com. Messina: «Soluzione che funziona»

Qualche azione in più e una fusione. Potrebbero essere queste le modifiche in grado di far decollare l'Ops (offerta pubblica di scambio) lanciata sul 100% di Rcs da Urbano Cairo. Il quale, però, non pare affatto intenzionato a cambiare la sua «Ops» Mentre le posizioni opposte di due colossi bancari del sistema, Intesa e Mediobanca, si radicalizzano sempre più.

Come noto, l'editore di La7 offre un'azione Cairo Communication ogni 8,33 titoli Rcs per controllarne poi una quota compresa tra il 50 e il 100%. Di fronte a questa ipotesi i grandi soci di Rcs - Mediobanca (6,2%), Pirelli (4,4%), Della Valle (7,3%), Unipol (4,6%) e Rotelli (2,7%) - non hanno intenzione di cedere le proprie azioni. Per due motivi. Il primo - a sentire qualcuno di loro - è che sulla base dei margini attesi, Cairo valuti Rcs troppo poco: detratti i debiti, quasi la metà in termini di equity (280 milioni contro 480 di valutazione ai multipli correnti).

Il secondo è che l'Ops prevede che la società editoriale del Corriere della Sera diventi una controllata di Cairo Com, a sua volta controllata saldamente da Urbano Cairo (oggi al 73%, domani 43-53% a seconda delle adesioni). Quindi, i soci Rcs conterebbero poco o niente in una società saldamente controllata da un singolo socio, senza avere alcun beneficio di bilancio, se non quelli del conto economico e patrimoniale consolidato. Diversamente, se lo scambio avvenisse ai fini di una fusione nella Cairo Com, ogni socio correrebbe in proporzione lo stesso rischio e il gruppo beneficerebbe fin da subito di un taglio del debito di circa un quarto, a quota 320 milioni.

Di queste ipotesi avrebbero parlato alcuni soci con i banchieri di Intesa, l'ad Carlo Messina e il presidente di Banca Imi Gaetano Micciché che sostengono Cairo nell'operazione. Ma dal fronte del presidente del Torino non arriva nessun segnale. Anzi, Cairo ripete ai suoi più stretti collaboratori, fin dal lancio dell'offerta, che la proposta è questa e se non va bene non se ne fa nulla. Idem per la fusione, che non fa parte del progetto. Non è esclusa, ma chi conosce Cairo sa che non fa parte della sua strategia operare «a scatola chiusa». In altri termini una eventuale fusione di Rcs in Cairo Com potrebbe essere presa in considerazione solo dopo aver conquistato il controllo della Rizzoli e averne esaminato potenzialità e debolezze. D'altra parte, il tandem Cairo-Intesa resta convinto che Rcs rifletta nei prezzi di Borsa i pessimi andamenti di questi ultimi anni (1,3 miliardi di rosso dal 2011). E il mercato sembra dar loro ragione, premiando il titolo Cairo (ieri in rialzo del 2,8%) e dunque dando credito al valore contenuto nell'offerta a i soci Rcs.

In assenza di aperture negoziali, l'offerta sembra destinata a proseguire in un clima di ostilità. Lo ha dimostrato ieri il cda Rcs, espressione dei grandi soci, che ha definito l'offerta «significativamente a sconto» a fronte di una valutazione media degli analisti di 0,81 euro per azione (contro quella corrente dell'Ops di 0,58, che il giorno prima del lancio erano però solo 0,45). Una posizione evidentemente opposta a quella che invece arriva dal mercato.

Ma la contrarietà si trasforma in vero e proprio scontro tra Mediobanca e Intesa quando lo stesso cda osserva che l'Ops di Cairo «potrebbe interferire con le trattative in corso con le banche creditrici» al punto da averne «dato comunicazione alla Consob. Di che si tratta? Delle condizioni poste da Cairo alle banche nella sua offerta. In sintesi, una sorta di «moratoria» per due anni sul debito netto di circa 430 milioni. Si tratta di un punto molto delicato perché la società è impegnata nella rinegoziazione del debito con il pool delle banche (Intesa con 162 milioni, Ubi 108, Unicredit 54, Bnl 41, Bpm 41, e Mediobanca 18). Una trattativa a cui partecipa dunque anche Intesa, contemporaneamente esposta sul fronte dell'Ops (come advisor e finanziatrice). Che l'«interferenza» sollevata dal cda sia questa? Di sicuro la contrapposizione c'è e da ieri è ancora più marcata. Lo ha certificato lo stesso Messina che, interpellato dai giornalisti, ha dato una valutazione ben diversa da quella del cda, semmai allineata al mercato: «Quella di Cairo è una soluzione che ha valore industriale e può funzionare. Noi - ha precisato - non siamo grandi azionisti di Rcs, ma grandi creditori, e quindi ci interessa una soluzione che sia in grado di portare valore per la banca».

Commenti

marygio

Gio, 14/04/2016 - 13:30

rcs è una fogna. con i miliardi che perde da anni dovrebbe aver portato i libri in tribunale da anni. non si capisce perchè ricchi scemi si ostinino a considerala strategica.sono finiti gli anni che un giornale possa manipolare le masse. poi le azioni rcs- cairo salgano o scendano è un altro discorso visto che a muoverle sono le banche del patto senza metterci una lira per altro.....ahhhhhhh. cose italiche. in usa avrebbe chiuso i battenti da lunga pezza