La reputazione del manager è on line

Cresce il business dell'«executive reputation», da costruire nei motori di ricerca

C'è una cosa per i top manager che sta diventando più importante del potere o del proprio conto in banca: la reputazione digitale, primo biglietto da visita sia per se stessi sia per le società che amministrano. A sostenerlo, nel suo ultimo libro The reputation economy , è l'americano Michael Fertik, tra i pionieri nell'analisi delle identità online, che definisce la reputazione digitale «una moneta, preziosa quanto il patrimonio della vostra azienda o il contante nel vostro portafoglio».

In Italia, uno dei primi a cogliere il valore di come il web ci percepisce è stato Andrea Barchiesi, ingegnere elettronico e fondatore nel 2004 di Reputation Manager, società specializzata nell'analisi e gestione dell'identità digitale di brand e figure di rilievo pubblico su web e social media. Tra i suoi clienti ci sono realtà che spaziano da Barclays ad Adidas, passando per Rai, Sky, Enel, Eni, Rcs, il Sole24Ore, Ferrero, Sony, Tim e Bayer.

Oltre a curare l'immagine dei marchi e ad analizzare le tendenze della rete, «una delle cose su cui stiamo lavorando è l' executive reputation , che oggi passa sempre più attraverso il canale digitale» racconta Barchiesi, ceo dell'azienda con sede a Rho. «Cercando nome e cognome dell'executive sul web - spiega il manager - chiunque (stakeholder, partner, finanziatori, clienti) può trovare informazioni incomplete, sbagliate o casi di omonimia: ciò costituisce un rischio non solo per l'immagine della persona, ma anche per l'azienda che amministra». In questi casi - afferma Barchiesi - entriamo in azione noi, analizzando tutto quello che c'è e ricostruendo il valore più reale di queste figure. Supponiamo, infatti, che io nella vita abbia fatto 100 cose, ma l'unica che si vede sui motori di ricerca è negativa: il primo passo è rendere le altre 99 visibili».

Si chiama «ingegneria reputazionale» ed è «un mestiere nuovo, diverso dalle pubbliche relazioni, che passa dapprima da un lavoro di eliminazione di tutto ciò che è inadeguato o diffamatorio e, in seguito, da una ricostruzione dell'identità digitale». Un lavoro «che non va certo contro la libertà di espressione, perché spesso si tratta di eliminare informazioni non vere, cosa che il diritto all'oblio sancito dall'Ue ancora non riesce a garantire. Google, a esempio, sta scartando il 78% circa delle richieste». Per Barchiesi, «la padronanza dell'identità digitale è uno dei problemi del futuro e non riguarda soltanto i top manager. Politici, professionisti, persone comuni, ristoranti, ormai tutti sono esposti alla stretta di mano digitale».