Sciopero all'Ilva, guerra sugli esuberi

I sindacati vogliono vedere i piani delle due cordate. E AcciaItalia scopre le carte

Nella guerra dei numeri in corso tra le due cordate che si contendono l'Ilva, il futuro dei suoi stabilimenti e dei suoi addetti, i sindacati provano ad abbattere «il muro» che circonda la trattativa per la vendita. E indicono per oggi uno sciopero di 4 ore. In corsa per salvare il gruppo dell'acciaio ci sono la AmInvestco dell'indiana ArcelorMittal (con Marcegaglia e Intesa Sampaolo come soci di minoranza) ad oggi prescelta dai commissari, e la cordata a trazione «italiana» AcciaItalia - in cui militano Cdp (27,5%), Del Vecchio-Delfin (27,5%), Arvedi (10%) e l'indiano Sajjan Jindal (35%).

In occasione del nuovo incontro sindacale che andrà in scena questa mattina spiegano i sindacati saremo determinati a chiedere di vedere le carte di entrambi i piani presentati dalle due cordate, di poterle incontrare e lavorare con loro a un revisione. Non sono infatti ammessi rilanci dell'offerta e fare una nuova gara è impossibile, per questioni di tempo. Allo stesso modo accettare fino a 6mila tagli è stato considerato dai sindacati «inaccettabile».

«Nel primo incontro di martedì attacca la Fiom Cgil - non abbiamo visto altro che una slide con i tagli e qualche dettaglio del piano della ArcelorMittal, niente di più». Un chiaro segnale che la scelta fatta dai commissari, che propende per la soluzione estera con una multinazionale al comando, sia tra le preferenze del governo nonostante l'altra cordata, messa insieme proprio dall'ex premier Matteo Renzi, abbia al suo interno come garanzia la Cdp. Sarà per questo che, nella ridda di numeri circolati su esuberi, investimenti e produzione, ieri AcciaItalia ha voluto mettere nero su bianco i numeri della sua offerta. Questo, dopo che ieri, quella della concorrente ArcelorMittal aveva svelato parzialmente le carte, rivelando 5.800 esuberi. Acciaitalia ha infatti precisato che «il piano prevede - dopo una riduzione iniziale a 7.800 unità dalle attuali 10.100 in forza negli stabilimenti Ilva (al netto dei 4.100 già in cassa integrazione) - un incremento a 9.800 unità nel 2023, destinato a crescere a 10.800 unità nel 2024». Il conto finale è quindi di 3.900 esuberi e conferma i rumors.

La novità riguarda invece il fatto che, a tali forze, si deve aggiungere, già a partire dal 2017, l'impiego di ulteriori 2.000 addetti alla realizzazione del piano ambientale, che saranno poi integrati negli organici dall'Ilva. Oggi al Mise, i sindacati cercheranno quindi di capire cosa metterà sul piatto il governo che ha assicurato che «nessuno resterà senza copertura». Come? Nel decreto Sud, divenuto legge da febbraio, l'esecutivo ha previsto che i commissari Ilva possano disporre interventi di bonifica aggiuntivi nei quali ricollocare forza lavoro altrimenti non impegnata. E i commissari useranno a tal fine gli 1,3 miliardi frutto dalla transazione raggiunta con i Riva e definita negli ultimi giorni. Inoltre, l'Ilva vuole ricorrere agli esodi agevolati, offrendo a chi si licenzia volontariamente un accompagnamento di 1.700 euro lordi mensili. Altro canale per gli esodi è il riconoscimento all'esposizione all'amianto che determina un diverso calcolo dei periodi contributivi e agevola l'uscita. Da rilevare, infine, che l'Ilva ha una cassa integrazione straordinaria già autorizzata per 4.100 unità e solo parzialmente sfruttata.