Stallo sul «Made in», Italia sconfitta

Londra e Berlino fanno muro: nuovo rinvio a Bruxelles per la norma sulla etichettatura delle merci

È in stallo il negoziato europeo sul «Made in», l'etichettatura di origine dei prodotti non alimentari. La riunione dei ministri del Commercio ha potuto solo sancire la spaccatura tra i governi: da un lato il fronte a favore dell'etichetta con la tracciabilità dell'origine dei prodotti, Italia in testa seguita da Croazia, Francia, Grecia, Portogallo, Spagna con l'aggiunta della Polonia; dall'altro il fronte del “no“ con Germania, Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda e Svezia. Nessuno dei due fronti è in grado di avere il consenso necessario per chiudere il negoziato: la minoranza blocca, la maggioranza non ha i voti per far passare la normativa (si vota a maggioranza qualificata). La proposta della presidenza lettone è limitare la tracciabilità ai settori calzature e ceramica. Insomma, pochino anche secondo il vicepresidente del Parlamento Ue Antonio Tajani che, quando era commissario Ue per l'industria, si era battuto a lungo per il regolamento. Ed è per questo che il fronte del “sì“ difende a spada tratta l'etichetta per cinque settori: tessile, arredo e oreficeria oltre a calzature e ceramica.

«Tutte le carte sono sul tavolo, il «Made in» non è finito, si continua a negoziare e non c'è alternativa, non c'è ragione di abbandonare le nostre posizioni coerenti con quelle di Parlamento e Commissione», ha spiegato il viceministro allo Sviluppo Carlo Calenda che sta negoziando per l'Italia. Ma certo lo stop di ieri non è un buon segnale per quanto riguarda il «peso» del nostro governo in Europa. Calenda ritiene comunque che la posizione del “no “all'etichettura sull'origine dei prodotti non alimentari sia «ideologica»: «Ci sono Paesi europei che sono diventati prevalentemente trasformatori più che produttori e dunque hanno più interesse a tutelare le importazioni che non l'industria, il problema è che lo fanno sulla pelle dei consumatori». In sostanza, sostiene Calenda, tutto ciò è in contraddizione con l'esigenza di rilanciare crescita e occupazione. «Si tratta di una norma di buon senso, è una situazione surreale, l'Europa non riesce a prendere una decisione di buon senso e allora smettano di raccontarsi storie sul fatto che ci vuole la crescita, si vogliono tutelare gli interessi dei grandi importatori». Un compromesso è proababilmente possibile sul numero dei settori cui si deve prevedere l'etichetta: la proposta di limitarli a solo due ha arroventato la polemica già molto forte tra i due fronti.

«Bisogna avere il coraggio di andare avanti nella trattativa - ha spiegato Antonio Tajani - , per l'Italia il “Made in“ è irrinunciabile per aumentare la competitività e la produzione delle aziende». Secondo Tajani, per sbloccare la trattativa bisogna imboccare la via del compromesso e fare alcune concessioni alla Germania che potrebbe passare sul fronte dei “sì“.

Sono sette i Paesi contrari al «Made In» tutti del nord Europa. Altri sette, del sud Europa sono favorevoli

È il numero dei posti di lavoro che potrebbero essere creati in Italia grazie al «Made In»