Tim, Elliott va al 9,4% e sfida Vivendi

Il fondo serra la presa: «Serve un cda stabile», titolo +4,9%. La carta aggregazioni

Elliott si prepara alla guerra all'assemblea del 29 marzo prossimo, alzando la sua quota in Telecom dall'8,8% al 9,4%. Da quanto emerge nelle comunicazioni alla Sec, la Consob Usa, il fondo ha comprato, per 38 milioni di euro, un altro 0,5% del capitale, in una serie di acquisti effettuati tra il 27 dicembre scorso e l'altro ieri e ha venduto le sue azioni di risparmio (170 milioni di titoli). E la Borsa è subito tornata a premiare Telecom, dopo i ribassi delle ultime settimane, con un più 4,9% che non è però bastato a riportarlo sopra i 50 centesimi di valore. Le risparmio sono salite del 5,3% e Inwit del 2,2%.

Elliott ha confermato il suo impegno in Tim anche tramite il prolungamento delle opzioni di protezione del suo investimento da febbraio di quest'anno a maggio del 2020. Si tratta della protezione (collar) su cui Vivendi, primo socio di Tim con il 23,9%, ha puntato l'indice nel suo esposto alla Consob. E proprio i francesi replicano alla «mini-scalata» di Elliott, che il 4 maggio scorso è riuscito a prendere la governance di Telecom eleggendo 10 consiglieri sui 15 del board. «Elliott si sta comportando come un investitore puramente finanziario - ha detto un portavoce del gruppo che ruota attorno a Vincent Bolloré- utilizzando un approccio opportunistico per trarre vantaggio dalla caduta del 45% del valore delle azioni». E, secondo lo stesso gruppo francese - che aveva però scelto Amos Genish come ad di Tim fino al 18 novembre scorso - il prezzo delle azioni è basso a causa di una «disastrosa goverance». Ora l'attesa è per l'assemblea Tim di fine marzo, quando Vivendi proverà a riprendere il controllo, mandando a casa 5 consiglieri di Elliott. La sfida è su quanti voti riusciranno a catalizzare i due contendenti. Nell'assemblea dello scorso maggio, presente il 67,15% del capitale di Telecom, la lista del fondo americano di Paul Singer raccolse quasi il 50% dei voti (49,84%) contro il 47,18% totalizzato dalla lista dei francesi. E dunque la maggior parte dei fondi istituzionali esteri che raccolgono il 50% circa del capitale di Tim si era schierato con Elliott. Compresa la Cassa depositi e Prestiti che ha il 4,9% del capitale e che appoggia il piano del fondo Usa per arrivare allo scorporo della rete e alla creazione di un unico player per la realizzazione di una rete in fibra ottica con Open Fiber, controllata al 50% da Enel e dalla stessa Cdp.

Su questa possibilità l'ad di Open Fiber, Elisabetta Ripa, ha parlato chiaro: «Al momento si tratta solo per possibili accordi commerciali con altre società di tlc, Telecom compresa mentre per operazioni straordinarie decideranno i soci». Non c'è dubbio comunque che la separazione della rete è uno dei cavalli di battaglia di Elliott al fine di creare valore per gli azionisti insieme alla conversione delle azioni di risparmio. Il fondo di Paul Singer, inoltre, ha ribadito che «qualsiasi cambiamento nella composizione del consiglio pregiudicherebbe l'esecuzione del piano industriale e la creazione di valore per tutti i soci». Il fondo ha poi rispedito al mittente le accuse di speculazioni sul titolo, confermando l'impegno per il rilancio del gruppo tlc. Elliott ha aggiunto che i derivati utilizzati a copertura assicurano solo minori perdite, che il fondo, come molti altri investitori, sta comunque registrando sul titolo. Per l'ad di Tim Luigi Gubitosi ora viene la parte più difficile: presentare un piano industriale, il 21 febbraio, che riesca a convincere i fondi di investimento che avevano sostenuto Elliott all'assemblea del 4 maggio.

Per far questo l'ad starebbe cercando un partner per valorizzare Inwit, la società delle torri. Tra le altre mosse il rilancio di Sparkle e della sua rete internazionale e il rafforzamento di Tim Brasil.