La Tobin tax gela la Borsa e lascia «a secco» il Fisco

La Tobin Tax è stata una vera e propria «stangata» sull'operatività di Piazza Affari. L'imposta dello 0,12% sulle compravendite di titoli azionari scambiati sui mercati regolamentati (0,22% per le transazioni sui mercati «over-the-counter») ha di fatto scoraggiato i trader e i piccoli investitori. Accentuando, ma solo in minima parte, la tendenza a operare intraday, cioè a comprare e a rivendere nello stesso giorno per sfuggire alla tagliola della tassa voluta da Angela Merkel, ma introdotta da Mario Monti.
A rivelarne gli effetti nefasti, a un mese dalla sua introduzione, è stata Directa, la sim indipendente presieduta da Massimo Segre. Nel raffronto tra le medie di gennaio e febbraio (senza Tobin Tax) e quella di marzo prevalgono, infatti, i segni meno. Gli ordini eseguiti giornalmente dalla società di intermediazione sono scesi da 8,529 a 7.330 con un calo del 14%, mentre il controvalore relativo di ogni eseguito è diminuito del 18,6% a quota 16.170 euro (da 19.871).
Di conseguenza, il gettito effettivo della Tobin Tax è stato inferiore alle attese. Sulla base della normale operatività dei clienti Directa nei primi due mesi del 2013, all'Erario avrebbero dovuto essere versati circa 15.835 euro al giorno e invece a marzo il prelievo effettivo è stato di 10.586 euro giornalieri. Cioè, il 33% in meno di quanto preventivabile. Fuga verso l'intraday? No. La riduzione degli eseguiti e il calo del controvalore hanno prodotto il fenomeno. Il loro combinato disposto si traduce in un calo del 30% dell'imponibile e, quindi, solo il restante 3% di calo del gettito è ascrivibile a una modifica delle attitudini di investimento.
In pratica, con la Tobin Tax i trader sono rimasti fermi. Cioè, non hanno virato né verso l'intraday né verso i derivati, tipologie entrambe esenti dall'imposta. La tassa sulle transazioni ha semplicemente bloccato il mercato. E il perché è presto spiegato: il costo medio per ogni transazione è aumentato del 43% dai 3,22 euro di gennaio/febbraio ai 4,58 euro del mese scorso. E l'incremento è unicamente dovuto alla tassa perché le commissioni medie sono rimaste sostanzialmente stabili.
La «stangata», inoltre, restituisce il vero volto del settore dell'intermediazione finanziaria: esso è molto meno «ricco» di quanto non appaia ai legislatori nostrani ed europei. La sua capacità di fare da serbatoio di gettito - soprattutto in un mondo globalizzato - è abbastanza ridotta. Prova ne sono gli utili della stessa Directa che, nel decennio 2002-2011, ha intermediato 42 miliardi di euro all'anno sull'azionario, conseguendo profitti netti medi per 860mila euro annui.
Altrettanto sbagliata, conclude la sim, sarebbe l'idea secondo la quale basterebbe aumentare l'aliquota per far salire il prelievo fiscale. La «consistenza economica» dell'intermediazione privata è modesta, come rivelano i dati, e aumentare le tasse produrrebbe l'effetto opposto: cancellare virtualmente tutto questo settore dall'economia del Paese.