Letizia Moratti: "Vincere la sfida del Welfare con l'economia positiva"

Il 9 aprile l'ex sindaco di Milano apre il Forum di San Patrignano: "Serve un'alternativa a un modello economico che non regge più"

Quando Milano si è aggiudicata Expo, nel 2008, Letizia Moratti era sindaco: l'evento mondiale più atteso dell'anno, gestito dal 2011 da altri, le deve molto, se non tutto. Ma incontrare Moratti oggi, nei suoi uffici milanesi, significa scoprirla su strade nuove, presa da un impegno a cui dedica energia, risorse e passione. La sfida di reinventare il capitalismo contrapponendo all'egoismo che manovra l'economia di mercato, l'altruismo verso le nuove generazioni: sono questi i principi su cui si fonda l'«economia positiva», teorizzata e promossa nel mondo - attraverso il Positive economy think tank - dall'economista francese Jacques Attali. E in Italia, a farsi ambasciatrice di questo modello di business è Letizia Moratti, che dal 9 al 10 aprile ospiterà a San Patrignano (di cui è co-fondatrice della Fondazione) la seconda edizione del Forum dell'Economia positiva. Per promuovere una crescita responsabile, sostenibile e inclusiva. Di cui ha accettato di parlare con il Giornale in questa intervista.

Cos'è l'«economia positiva»?

«È un nuovo modello economico alternativo a quello attuale che - è evidente - ormai non regge più. Il debito pubblico consolidato dei Paesi G7 è cresciuto negli anni della crisi di 18mila miliardi di dollari, mentre saliranno entro il 2019 a 212 milioni i disoccupati nel mondo. L'elemento più preoccupante, però, è l'aumento del gap tra domanda e offerta di welfare, che In Italia raggiungerà i 70 miliardi di euro nel 2025: una cifra non più sostenibile. In uno scenario del genere, è chiaro che il nostro sistema economico e sociale va ripensato. È questa la filosofa dell'economia positiva: avere a cuore il benessere delle persone e l'interesse delle future generazioni».

Come si misura questo benessere?

«È chiaro che un nuovo modello economico ha bisogno di nuovi indicatori alternativi al Pil. Un esempio è quello messo a punto da Attali, che colloca l'Italia in una posizione ancora troppo bassa nella classifica delle nazioni positive. Purtroppo, per arrivare al superamento del prodotto interno lordo manca ancora la volontà politica. Lo scorso anno, Eurostat ha inserito nel calcolo del Pil i proventi delle attività illecite, mentre ha escluso il lavoro dei volontari: questo non è un segnale positivo e non va nella direzione di creare un reale indicatore di benessere, anzi dà un'idea distorta dell'economia di un Paese, con il rischio di incentivare l'illegalità».

Esistono strumenti finanziari compatibili con i principi dell'economia positiva?

«Per aiutare lo Stato a ridurre i costi sostenuti per il welfare e la spesa pubblica, nel mondo anglosassone si sono sviluppati importanti strumenti di finanza sociale come i social impact bond , il cui rendimento è legato al raggiungimento di un determinato risultato sociale. In Italia, il primo esempio è quello ideato del Comune di Napoli, che ha lanciato un'obbligazione sottoscritta dalle banche per la realizzazione di un impianto di trattamento dei rifiuti organici a Scampia. Su questo fronte, però, il nostro Paese resta ancora indietro».

Perché?

«A causa di tutti coloro che si oppongono al cambiamento, che in Italia sono ancora tanti. Bisogna superare gli steccati anche culturali che vedono una contrapposizione tra profit e no profit e pubblico e privato. Abbiamo bisogno di nuove forme di collaborazione».

Come rendere interessanti questi investimenti anche in Italia?

«Un modello potrebbe essere la legge francese, che obbliga i fondi pensione a investire almeno il 10% del loro capitale in attività sociali. Una norma che, se applicata anche in Italia, genererebbe risorse per 60 miliardi di euro».

Con possibili benefici anche per l'occupazione.

«Certo. L'economia sociale in Europa vale già il 10% del Pil e impiega circa 14 milioni di occupati. In Italia i lavoratori sono un milione, con un tasso di crescita dell'occupazione del 39% negli ultimi dieci anni, in assoluta controtendenza rispetto agli altri settori».

Il ddl delega per la riforma del terzo settore appena approdato alla Camera va nella giusta direzione?

«Il testo licenziato il 18 marzo dalla commissione Affari sociali della Camera contiene senz'altro degli elementi positivi, come l'istituzione di un registro unico delle imprese sociali e la possibilità, seppur limitata, di distribuire utili. Il limite che io ancora vedo, però, è la definizione degli ambiti settoriali in cui può operare un'impresa sociale ancora troppo limitata. Il rischio è di trovarci di fronte a una legge già vecchia nel momento in cui sarà approvata».